Le scorribande lombarde del creatore di don Camillo e Peppone, compresi gli incroci con Varese
di Paolo Costa
Il papà di don Camillo e Peppone, al secolo Giovannino Guareschi, approdò 90 anni fa a Milano proveniente naturalmente dalla Bassa, le amate terre parmensi bagnate dal Po.
Originario di Fontanelle di Roccabianca, da studente aveva già rivelato il suo talento di scrittore brillante facendo comunella con Cesare Zavattini. Quando l’editore Rizzoli si mise in testa di fondare il settimanale umoristico “Il Bertoldo”, appunto nel 1936, i due amici furono i primi ad essere coinvolti. Guareschi accettò la proposta senza indugiare e così, insieme alla fidanzata, cercò casa nel capoluogo meneghino, dando inizio a una nuova vita e alla sua carriera nel mondo dell’editoria.
“Il Mondo piccolo” del pretone e del sindaco rosso nacque perciò proprio a Milano, la metropoli di luci e opportunità che affascinò lo scrittore fino a fargli ammettere che “Milano è una città che comincia sempre e non finisce mai!”. Il colpo di fulmine, dato singolare, venne provocato dall’insegna luminosa del Calzaturificio di Varese, la più spettacolare – scrisse Guareschi – tra quelle presenti in piazza Duomo.
Gli intrecci tra la vita di Giovannino e la Lombardia si sono poi intensificati durante il viaggio in bicicletta, una sorta di Giro d’Italia da Milano a Rimini e ritorno, proposto nel 1941 al Corriere d’Informazione con l’obiettivo di un racconto a puntate.
Per il (non ancora) celebre ciclo-cronista fu quella una grande chance di esercitare e mettere in mostra la sua arte. Ed è proprio da uno di quei resoconti che peschiamo questa frase: «Ogni bivio è un’insidia … A Lecco “Per Como” e “Per Milano”; a Como “Per Varese” e “Per Milano”; a Varese “Per Laveno” e “Per Milano”».
In realtà da Varese, lontana dal tracciato ciclistico, Guareschi non transitò mai. In compenso molti varesini avrebbero avuto l’occasione di conoscerlo più avanti, tra il 1944 e il 1945, quando da prigioniero venne inserito tra gli IMI (Internati Militari Italiani). Ne troviamo una conferma nel “Diario di prigionia” di Renato Peruzzotti, tenente di Comerio fermato dai nazisti il 12 settembre del 1943 e destinato a una peregrinazione di due anni nei campi di concentramento tedeschi.
Il 28 maggio 1944, da un lager nei pressi di Hannover, Renato scrive all’amata Maria: “In questa settimana nella nostra baracca abbiamo ospitato Guareschi, che ci ha dilettato non poco con le sue trovate e una sera è venuta anche l’orchestrina”. Debilitato dalle costrizioni, Giovannino non sembrava più quell’omone che non rendeva onore al nome di battesimo. Nonostante ciò, riuscì comunque a scrivere il diario dei due anni, dopo aver recuperato la carta barattando pezzi di pane, e ad allietare i compagni con novelle, filastrocche, canti improvvisati.
Rientrato in Italia nel 1945, rispose al nuovo appello di Rizzoli: stava per nascere il Candido, che si sarebbe rivelato un fenomeno editoriale da 600 mila copie, al quale Guareschi consegnò per la pubblicazione le prime avventure di don Camillo e Peppone, vagiti di una coppia le cui vicende avrebbero riempito decine di libri tradotti in tutto il mondo (20 milioni di copie vendute) e spopolato coi cinque film interpretati da Fernandel e Gino Cervi.
Altro motivo di legame tra lo scrittore e la Lombardia fu la moto Guzzi, prodotta a Mandello sul Lario. Guareschi aveva una passione infinita per il Guzzino e il Galletto e appena poteva inforcava una fiammante motocicletta Guzzi e si regalava delle scorribande sulle strade provinciali, in mezzo al verde. Memorabile è la sua partecipazione al raduno internazionale delle moto Guzzi nel 1949 in riva al lago di Como.
Nel 1952 Guareschi si trasferì a Roncole Verdi ma non dimenticò mai Milano, alla quale rimase profondamente affezionato tanto da sentenziare, convinto e sincero: “La mia automobile è targata PR, ma il mio cuore è targato MI”.

