Il “dopo di noi” di un archivio fotografico: la missione di Annamaria Fumagalli per Vivi Papi

L’immagine di famiglia Papi è stata gentilmente concessa da Università degli Studi dell’Insubria – International Research Center for Local Histories and Cultural Diversities, Archivio Fotografico, Fondo Vivi Papi. Tutti i diritti riservati.

di Carla Tocchetti

Decine di scatole in legno e piccoli contenitori di cartone, con etichette vergate a mano, sono allineati sugli scaffali di un ambiente luminoso e silenzioso, dedicato allo studio. Siamo a Villa Toeplitz a Varese: nel 2007 qui, al Centro Internazionale di Ricerca per le Storie Locali e le Diversità Culturali, sono stati messi al sicuro novantaseimila pezzi tra negativi, provini a contatto, stampe e supporti digitali, che raccontano decenni di lavoro del fotografo Vivi Papi (1937-2005), scomparso ormai venti anni fa.

Un archivio nato già in vita, per intuizione dello stesso fotografo d’arte sacromontino, diventato prezioso nel tempo grazie a importanti commissioni, curato fin dal principio dalla vedova Annamaria Fumagalli Papi, oggi collaboratrice dell’Università degli Studi dell’Insubria.

Un fondo prezioso e articolato

Il fondo Vivi Papi, oltre a documentare dall’inizio degli anni Cinquanta lo stato dell’arte dei maggiori siti storici della Provincia di Varese – tra cui il Sacro Monte –, conserva tra l’altro anche ritratti delle persone che frequentavano quei luoghi e scatti di eventi quotidiani. Vivi Papi, sensibile osservatore della realtà, percepiva le trasformazioni dei tempi e sapeva che, come un’onda inarrestabile, queste avrebbero potuto cancellare parte della nostra storia recente e persino il suo stesso ricordo. Tra le immagini più rare famose quelle degli ultimi contadini al Sacro Monte, l’Oratorio della Schirannetta fortemente compromesso prima del restauro, la collaborazione con il Maestro Guttuso nel suo atelier di Velate, i ritratti degli artisti del tempo (confluiti nel 2018 in un progetto espositivo al Battistero di Velate curato da me, Carla Tocchetti, con Claudia Biraghi del CSL Insubria e Annamaria Fumagalli).

La cura dei dettagli

«Avevamo dedicato il piano terra della nostra casa a Sacro Monte completamente alla fotografia», racconta Annamaria. «C’era la zona per lo sviluppo e gli ingrandimenti, la sala di posa, e un’attenzione particolare all’archivio di cui Vivi controllava con estrema meticolosità temperatura e umidità. Abituato a costruire da sé ciò che non trovava in commercio, assemblava le scatole dei negativi con una colla sperimentale priva di contaminazione chimica. Il risultato: decenni dopo, le pellicole si sono conservate praticamente perfette. Vivi conservava copia di tutto, consapevole di lasciare testimonianze storiche che in futuro sarebbero state molto apprezzate. Poi, all’inizio degli anni 2000 poco prima della sua scomparsa, con Vivi abbiamo affrontato la problematica dell’avvento del digitale, discutendo a lungo su questioni riguardanti la fedeltà, la conversione, la circolazione delle copie e la manipolazione. Vivi era convinto che le pellicole, per qualità, sarebbero rimaste insuperabili come per decenni aveva assicurato ai suoi committenti, anche rispetto a qualsiasi mezzo digitale. E aveva ragione»

Donazione e tutela

«È per questi motivi che, dopo la scomparsa di Vivi, noi familiari abbiamo deciso di conservare il suo archivio e metterlo a disposizione dei posteri», dice Annamaria. «Tuttavia ci è stato subito chiaro che sarebbe stato impossibile gestirlo per noi direttamente». Una base normativa di tutela degli archivi esisteva già dal 1939, ma è con il Codice dei beni culturali del 2004 che archivi pubblici e privati, inclusi quelli fotografici, sono pienamente riconosciuti come patrimonio culturale da proteggere. Quando nel 2007 è arrivata una proposta di donare tutto all’Università, i familiari hanno condiviso l’importanza di una donazione (anche se alcuni originali sono stati consegnati ai committenti Museo Baroffio e Villa Cagnola, di questi ultimi purtroppo non esiste copia) con la clausola che a curare l’archivio fosse Annamaria stessa, che da decenni affiancava l’Autore nella gestione dell’archivio.

Un patrimonio vivo

Grazie alla missione di Annamaria, l’archivio Vivi Papi presso l’università è oggi un patrimonio ancora vivo e accessibile, una potenziale fonte di conoscenza e ispirazione. Non è destinato solo a studiosi, storici dell’arte, o restauratori, ma anche a studenti, fotografi emergenti, giornalisti, curatori, desiderosi di esplorare tecniche, narrazioni e visioni di un tempo ormai passato. In questi anni sono state prodotte mostre e pubblicazioni di grande rilievo.

In particolare, i giovani possono trovare nel fondo strumenti per approfondire la formazione, reinterpretare la memoria visiva, confrontarsi con esperienze artistiche precedenti, alimentando nuove prospettive e progetti creativi. Custodire e promuovere un archivio significa non solo proteggere il passato, ma tramandarlo ai posteri: garantire che le immagini continuino a vivere, stimolare curiosità e diventare materiale di ricerca, sperimentazione e dialogo intergenerazionale.

L’immagine di famiglia Papi è stata gentilmente concessa da Università degli Studi dell’Insubria – International Research Center for Local Histories and Cultural Diversities, Archivio Fotografico, Fondo Vivi Papi. Tutti i diritti riservati.