Il 9 gennaio 1946 si spegneva a Varese Speri Della Chiesa Jemoli, figura centrale della letteratura dialettale bosina e autentico custode dell’anima popolare varesina.
Come Carlo Porta seppe elevare il dialetto milanese a lingua letteraria, così Speri Della Chiesa Jemoli diede dignità poetica al vernacolo varesino, diventando il capostipite di una lunga tradizione di rimatori bosini. Firmava spesso le sue opere con lo pseudonimo di “Try Ko Kumer”, nome dietro il quale si celava uno spirito ironico, acuto, profondamente legato alla sua terra.
Nato il 25 dicembre 1865, figlio dell’avvocato Emanuele Della Chiesa e di Angelica Zerbi, Speri visse un’esistenza tutt’altro che lineare. Dopo una giovinezza avventurosa – che lo vide persino fuggire dal collegio per cercare lavoro a Marsiglia – intraprese da autodidatta un percorso di formazione letteraria che lo portò al giornalismo e alla scrittura.
Nel 1892 iniziò a collaborare con L’uomo di pietra, settimanale del Partito repubblicano diretto da Camillo Cima. L’anno successivo fondò a Varese Il Cacciatore delle Alpi, settimanale d’ispirazione repubblicana che diresse fino al 1914. Proprio su quelle pagine pubblicò a puntate “I nostri buoni villici”, la sua opera più celebre: una serie di vivaci scenette rusticane in forma di dialogo, capaci di restituire con naturalezza e umanità la vita quotidiana del mondo contadino varesino.
Abbandonato il giornalismo politico, Speri continuò a scrivere dedicandosi all’attività letteraria nel tempo libero dal suo lavoro di bancario presso la Banca Cooperativa di Varese, poi confluita nel Credito Varesino, istituto a cui rimase legato fino alla morte, avvenuta il 9 gennaio 1946.
Il suo talento istintivo, spesso capace di raggiungere autentici vertici poetici, gli valse grande stima nell’ambiente letterario lombardo. Fu amico di Ada Negri, Renato Simoni, Guido Bertini, dei fratelli Cima e di Medici; proprio alla morte di Bertini dedicò alcuni dei suoi versi più intensi e commoventi.
La produzione di Speri Della Chiesa Jemoli fu vastissima: novelle, canzoni, sonetti, madrigali, giaculatorie, panzanegh, pennellad, bosinad e matoccad. Molti componimenti furono pubblicati, altri circolarono privatamente nelle lettere agli amici. Come un moderno menestrello, amava recitare i propri versi accompagnandosi con la chitarra, divenendo presenza ricercata nelle riunioni conviviali.
Scrisse prevalentemente in dialetto bosino, ma non disdegnò il milanese. Tra le sue opere più significative si ricordano, oltre a I nostri buoni villici, “Quatter giaculatori a Sant’Antoni del porscell” e la raccolta poetica “Vers… de lira!”. Neppure i problemi di salute che lo colpirono nella vecchiaia riuscirono a inaridirne lo spirito arguto: da essi nacquero i celebri “Sonetti prostatici”, rimasti inediti fino al 1975.
A lui è oggi intitolata la strada che da via Staurenghi conduce a via Robbioni, un segno tangibile di quanto Varese continui a riconoscersi nella sua voce.
