Il 23 gennaio 1979, a Cocquio Trevisago, si spegneva Innocente Salvini, artista tra i più autentici e indipendenti del Novecento varesino. Nato nello stesso paese il 13 maggio 1889, Salvini concluse la sua avventura umana proprio nel luogo che aveva segnato tutta la sua esistenza: il mulino di famiglia, oggi trasformato in pinacoteca, dove sono conservate le opere che non volle mai vendere.
Varese gli ha intitolato una via a Lissago, una strada periferica ma affacciata sulla conca del lago di Varese, immersa in quel paesaggio prealpino che rappresentò il cuore della civiltà contadina cui l’artista si sentì sempre profondamente legato e che volle raccontare con la sua pittura.
Di carattere schivo, Salvini fu sostanzialmente un autodidatta, pur avendo frequentato corsi di pittura all’Umanitaria e all’Accademia di Brera. La passione per l’arte lo colse giovanissimo, a diciott’anni, proprio nel mulino, dove lavorava con il padre e il fratello. Eppure, aveva già superato il mezzo secolo di vita quando si rivelò al grande pubblico, con una personale alla Galleria Annunciata di Milano e la partecipazione alla XXV Biennale di Venezia.
Artista libero e non riconducibile a correnti precise del Novecento, Salvini dedicò quasi tutta la sua produzione agli umili protagonisti della vita contadina, utilizzando uno stile espressionista inconfondibile, dominato da una tavolozza personale fatta di verdi, gialli e rossi. Un esempio emblematico è l’affresco di Arcumeggia, in cui l’artista raffigurò uno dei momenti più simbolici della vita comunitaria rurale: la ripartizione della polenta in famiglia.
In un’intervista rilasciata a Gianni Spartà e pubblicata su La Prealpina il 28 dicembre 1978, meno di un mese prima della morte, Salvini confessava: «Ero un pittore strano. Ai colleghi, ai critici, i miei colori troppo marcati non piacevano assolutamente. Il fatto è che io ho sempre dipinto ciò che sentivo e non ciò che vedevo. Il cervello ha guidato il mio occhio. Quei gialli, quei verdi, quei rossi, credetemi, in natura ci sono: basta saperli captare.»
Sono gli stessi colori che per decenni io e Gianni abbiamo visto nella sede del nostro giornale, dove una grande tela di Salvini raffigura la donazione dell’oro alla Patria.
Il mulino-museo, posto al confine tra Cocquio Trevisago e Gemonio, lungo il corso del torrente Viganella, è un prezioso esempio di archeologia industriale seicentesca, arricchito dai ruderi di una torre medievale. Le due ruote, gli ingranaggi, le macine, i vagli, le pulegge e gli elevatori sono tuttora funzionanti. Le pareti esterne dell’edificio in cui l’artista visse e lavorò per tutta la vita sono decorate dai suoi affreschi.
Ho avuto modo di incontrare Innocente Salvini, come cronista, in diverse occasioni ufficiali. Mi colpiva sempre il suo volto dai tratti marcati e insieme dolci, reso inconfondibile dagli immancabili cappelli a larghe tese forniti da mio zio Angelo (Lino) Giulieri della Cappelleria De Micheli.