di Carla Tocchetti
Silvio aveva preparato da anni quella capsula del tempo. Aveva scavato una piccola buca nel terreno, e sotterrato una cassetta metallica, una istantanea del momento in cui viviamo, mi disse, magari quando non ci saremo più la troverà qualcuno. Finora, in quel fazzoletto incontaminato di terra tra bosco e lago, era arrivato solo qualche animale selvatico, osservato con la fototrappola, senza disturbare. Oggetti personali, una pendrive: una cassetta per raccontare chi siamo, e come vogliamo essere ricordati. Oggi che piangiamo la sua scomparsa, avvenuta a fine del 2025, questo gesto risulta emblematico e premonitore.
Nella capsula della memoria Silvio Valisa voleva lasciare qualcosa di importante da ricordare.
Da appassionato fotografo avrà messo i files delle migliaia di fotografie che ritraggono il suo lago, i suoi boschi, la vegetazione, gli animali, gli scorci, ogni forma di vita anche più piccola. Un ambiente in rapidissima evoluzione di cui stiamo perdendo la storia – e di cui trascuriamo la traiettoria. Di quello che sarà il nostro territorio, quando forse il nostro nome non sarà più ricordato, sarà ancor più necessario aver cura, come si ha cura della propria casa e dei propri cari. Per questo lo dobbiamo osservare oggi e capire, con un confronto, quali interventi umani lo stanno modificando in modo irreversibile.
Per rendere più incisive le sue competenze tecniche di lavoro nelle istituzioni, ma anche per dare corpo alle sue grandi passioni personali, Silvio studiava a fondo i meccanismi che governano i luoghi e le comunità. Setacciava archivi, mappava problematiche, ascoltava testimoni, aveva persino conseguito una laurea in giurisprudenza in età avanzata. Scriveva per trattenere la memoria. Dentro questa conoscenza diffusa Silvio aveva individuato quel genius loci che non riusciamo a catturare in una definizione, ma che incontriamo ogni giorno vivendo il territorio.
Il paesaggio reca le tracce di chi è passato prima di noi. La capsula del tempo suggerisce che fissare un ricordo non è un gesto rivolto al passato, è già un modo di progettare il futuro. Se abbiamo la pazienza di osservare la grande bellezza che abbiamo davanti agli occhi capiremo con quanto amore, fatica e senso di responsabilità ci è stata trasmessa. Una eredità che in passato abbiamo messo a rischio con enormi irresponsabilità, che l’hanno modificata in peggio e irreversibilmente. Quegli errori non debbono essere più ripetuti. Ogni volta che il territorio si trasforma, la mano dell’uomo ha il potere di cancellare per sempre o trattenere. E se potessimo davvero comunicare con il futuro, sarebbe bellissimo poter dimostrare che questo patrimonio, invece, noi siamo riusciti a capirlo, difenderlo e tramandarlo.
Ma questa non è una battaglia che si vince da soli. E infatti nella capsula della memoria ci saranno, io credo, i files delle foto degli amici di Silvio, persone che operano sul territorio con impegno ambientalista, storico o culturale, educativo. Silvio non ha mai lesinato la sua disponibilità a supportare tutti questi gruppi. Da amico intelligente e garbato, porgeva con discrezione, sempre sorridendo, parole misurate e buoni consigli. Sempre in punta di piedi e con un esemplare senso di cura verso l’altro. Mettersi in gioco insieme agli altri, dimenticando inutili personalismi, favorire la relazione tra le persone, incoraggiare le sensibilità più fragili che non trovano spazio per emergere, è un atto di cura imprescindibile che innesca un contagio virtuoso e moltiplica i frutti della coesione sociale.
Fermiamo il nostro pensiero per Silvio con una delle tante escursioni sul lago con il mitico barchino, che lui condivideva con il grande amico Giorgio. Silvio e il suo gilet milletasche, la camera a tracolla, l’immancabile berrettino, e il sorriso da bimbo in gita. Il suo sguardo corre alle sfumature della luce sempre diversa nei vari periodi dell’anno, una luce che trascorre mutando i colori del lago increspati da improvvise folate. Puntiamo da Oltrona all’Isolino per controllare che si stia lavorando, responsabilmente, per riaprirlo alla tanto desiderata fruizione pubblica. Arrivati all’orlo della Brabbia, dove il lago incontra la palude e si fa sostanza, spegniamo il motore: controlliamo l’avanzata dei fior di loto e la battaglia per la sopravvivenza dei canneti. Il silenzio ci regala un verso di tarabuso e il fruscio d’ali di un airone. Un salto al porticciolo di Cazzago per una piccola sosta conviviale, per un brindisi privilegiato che è anche un ringraziamento.
Ma il tempo si è compiuto, è ora mollare gli ormeggi. E’ tempo di partire. A Dio, Silvio.
I funerali di Silvio Valisa si terranno oggi 2 gennaio 2026 alla Chiesa San Massimiliano Kolbe di Varese alle ore 14.30