di Francesca Nicolò
Donne senza nome, volti senza identità: potrebbe essere questo l’incipit di una vicenda ancora tutta da scrivere e assolutamente poco conosciuta in un luogo noto e molto frequentato. Imponente, maestoso ma anche cupo e misterioso.
La sua posizione, immerso in una valle verdeggiante e solitaria, suggerisce un fascino silenziosamente inquietante: come se la struttura custodisse, nell’apparente placida quiete, segreti inconfessabili custoditi nei secoli.
Il monastero di Torba è un luogo storico importante non solo per il Seprio; esso rappresenta una testimonianza unica di trasformazione dello spazio attraverso i secoli. Mutandone forma ed architettura diverse volte nel corso delle epoche, rinnovandosi sempre pur rimanendo immutato nel mistero che lo avvolge.
Passando lungo la strada, capita spesso di scorgerlo avvolto tra la brezza e la fitta vegetazione. Qualcosa che rimane fermo ad attendere, pur non perdendo nulla di ciò che accade attorno e dentro le sue viscere più recondite e gli anfratti più nascosti.
Costruito inizialmente come avamposto militare romano nel V secolo, venne trasformato nell’VIII secolo in monastero benedettino femminile, e tale rimase per sette secoli. Al pari di tutte le strutture religiose dell’epoca, divenne un’importante punto di riferimento della collettività locale e dimora di molte ragazze condotte alla monacazione più per interessi patrimoniali che vocazione.
Di tutta la struttura, sovrasta e spicca una torre finemente affrescata.
In essa, precisamente al secondo piano, si trova una pittura che raffigura otto monache.
Probabilmente, un ricordo delle religiose che avevano dimorato in quei luoghi: testimonianza di fede e memoria verso chi aveva trascorso la vita al suo interno.
Monasteri di questo tipo rappresentavano frequentemente strutture autosufficienti e dinamiche.
Ad ognuno era affidato un compito preciso e tutto era assolutamente equilibrato tra fede, riposo e lavoro. Soprattutto per la dottrina benedettina, il lavoro contribuiva al mantenimento ed alla sussistenza della stessa comunità.
E tutti gli abitanti erano ricordati anche attraverso riti e funzioni religiose.
Da qui la tradizione di dipingere o scrivere i nomi di essi su pareti o attraverso immagini.
A Torba, però, successe qualcosa mai accaduto prima.
I contorni del viso di cinque monache sono stati cancellati dal tempo ma tre di essi appaiono come ovali vuoti al posto del viso: perfetti, come se non ci fosse mai stato un disegno.
Abbandonati nella loro incompiutezza.
Una visione che inquieta e al tempo stesso alimenta dubbi e mistero: perché quell’anonimato perenne? Forse una damnatio memoriae silenziosa? Un segreto inconfessabile?
Nessuno lo ha mai compreso con certezza, e nei secoli sono state diffuse diverse leggende.
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che si fosse trattato di religiose fuggite dal monastero e mai più tornate. Scappate da una vita monacale imposta o attirate dalla promessa di un futuro migliore.
Qualcuno azzarda fossero persino cadute vittime di qualche predone, una volta uscite dal monastero e successivamente abbandonate alle intemperie ed alla fame.
Quello che però non viene narrato, è che, durante la notte si odano dei lamenti provenienti dalla torre. Singhiozzi disperati e malinconici, che, accompagnati dal buio, riecheggiano come un eco buio e oscuro.
Si dice che siano le anime delle monache senza volto, rimaste intrappolate nella torre.
Non avendo un volto impresso ed avendo infranto un voto perenne, esse sono costrette a rimanere rinchiuse in un limbo eterno. Senza poter ottenere misericordia e perdono.
Condannate ad non essere più nessuno, prive di forma e di identità.
Aldilà delle suggestioni locali, nessuno ha comunque saputo spiegare il motivo di quel vuoto nei volti delle religiose.
E forse mai nessuno sarà in grado di farlo, mentre i loro spiriti piangono in silenzio la rovina eterna.