di Paolo Costa
Questa è la storia di Anselmo Morandi, della sua Olimpiade mancata e di un record fantasma. Una vicenda lontana, degli anni in cui il ciclismo è lo sport più popolare e i fratelli varesini Renato e Anselmo, due ragazzoni di viale Valganna meccanici di mestiere, vengono su a pane, bici e pista, dimostrando di avere un talento fuori dal comune: Renato diventa campione italiano della velocità e ottiene il record mondiale dei 500 metri con partenza da fermo mentre Anselmo non ha rivali sulla distanza doppia, il chilometro.
Quando arriva la guerra, a stroncare vite e carriere, Renato decide di unirsi ai partigiani. Riproverà con l’agonismo dopo la Liberazione, ma con alterne fortune. Anselmo, più giovane, cerca invece di non abbandonare mai lo sport. Vittorie a iosa nelle categorie minori, conquista a suon di risultati il ruolo di atleta predestinato a correre il chilometro da fermo alle Olimpiadi di Londra del 1948.
Viene infatti convocato tra gli azzurri e partecipa al raduno collegiale.
Solo che… che nessuno gli comunica la decisione dei vertici della federazione, che hanno scelto Gino Guerra, figlio del grande Learco, già campione del mondo e plurivincitore negli anni ’30. Trattasi di sangue blu, quindi, anche se un po’ annacquato (almeno nella circostanza), se è vero che i tempi di prova del giovane Guerra sono decisamente superiori a quelli di Morandi.
Il varesino subisce persino l’umiliazione di prepararsi come se dovesse correre. Indossa scarpini, pantaloncini e maglietta, poi la tuta. E va in pista, dove però scopre che i tecnici stanno facendo scaldare Gino, la presunta riserva.
È facile immaginare come può sentirsi un giovane in una situazione del genere: doveva disputare una prova olimpica e invece si trova a fare lo spettatore. Ma la tempra di Morandi è molto forte: dopo il pianto e lo scoramento riesce a metabolizzare e a proseguire presto con allenamenti e corse. Dimenticare però no, è un’altra cosa. Anche perché i torti subiti si aggiungo ad altri torti. E qui bisogna raccontare anche la storia del record fantasma, il primato che Morandi stabilisce subito dopo le Olimpiadi e che non gli viene riconosciuto.
È il record del chilometro: Morandi corre in 1’10” e 1/5 e uguaglia il primato mondiale di Fabio Battesini (notare che le Olimpiadi nel frattempo sono state vinte dal francese Dupont con 1’12” e 4/5). Tale risultato non è altro che la conferma delle doti e delle prestazioni di un atleta che sta dimostrando da anni di appartenere al Gotha dei pistard, ma… ecco ancora un ma. L’Uvi (la federazione italiana), o qualcuno dell’Uvi, fa carte false.
E non trasmette i dati della prova all’Uci (la federazione internazionale), sostenendo che la decisione di considerare le prestazioni dei dilettanti non era stata trasmessa in sede locale. Il primato di Morandi scompare così dagli albi d’oro, dai registri, dall’ufficialità. Per avere un’idea della grande impresa del pistard varesino si consideri che nel ’54 un nuovo primato viene stabilito dal russo Vargasckin con 1’10” e 2/5.
Morale della favola: anche nel ciclismo è utile avere santi in paradiso. Ma ancora più importante è essere consapevoli, come il buon Morandi ha insegnato, che lo sport non è tutto nella vita e che a volte bisogna saper buttar giù qualche boccone amaro.

Trascorsi gli anni giovanili i due fratelli Morandi si sono ritagliati uno spazio importante nella storia varesina. Anselmo, scomparso nel 1991, è rimasto legato al mondo del ciclismo come condottiero del Velo Club Varese Ganna e poi con ruoli dirigenziali. Renato, che è stato direttore sportivo della Ignis dei primi anni ’60, ha partecipato alla vita civica con incarichi di responsabilità. È stato per diversi anni consigliere comunale a Varese, presidente dell’Aci e vicepresidente dell’Ospedale di Circolo. Ci ha lasciati nel 2015.