Le pene d’amore di Bartolomeo: una storia minima del Settecento varesino

Il 23 maggio 1764, secondo il racconto tramandato in Storie minime del Settecento varesino di Carlo Cavalli, prende vita una piccola, curiosa e affascinante vicenda ambientata a Varese: “Le pene d’amore di Bartolomeo”. È una di quelle storie che sembrano uscite da un cortile antico, da una cascina isolata, da una sera umida in cui il confine tra realtà, paura e credenza popolare diventava sottile. Una storia minima, appunto, ma proprio per questo preziosa: perché dentro il piccolo destino di due giovani sposi si intravede un intero mondo, quello del Varesotto settecentesco, ancora popolato da superstizioni, guaritori, formule misteriose, erbe, sortilegi e timori profondissimi.

La scena si apre a Biumo Superiore, non lontano dalla patrizia casa di Paolo Menafoglio. A poca distanza dall’eleganza misurata dell’abitazione del marchese, il racconto descrive un agglomerato di casupole basse, umide, povere, con muschio sulle pareti. È qui che vive Giuseppe Graniglia, detto il Cagliostrino: una sorta di mago locale, operatore dell’occulto, capace — almeno a parole — di dominare spiriti, guarire mali, leggere mani, prolungare la vita e fabbricare l’oro.

Il soprannome richiama evidentemente Alessandro Cagliostro, cioè Giuseppe Balsamo, nato a Palermo il 2 giugno 1743 e divenuto celebre in Europa come avventuriero, taumaturgo e figura legata al mondo occultistico e massonico del Settecento. Treccani lo ricorda come personaggio capace di costruire attorno a sé fama di guaritore e chiaroveggente.

Nel racconto, però, il “Cagliostrino” varesino è figura insieme inquietante e grottesca. La sua casa è piena di candele, globi, pelli d’animali, odori di fieno e lenticchie riscaldate. In quella penombra arrivano Bartolomeo e Orsola, giovani sposi della cascina di Montallegro, a mezza costa sul monte Monarco. Sono turbati, impauriti, ma mossi da un desiderio semplice e umano: avere figli.

A rendere più cupa la loro angoscia è la presunta maledizione di un carrettiere di Arcisate, accusato di aver gettato un sortilegio su Orsola, predicendole una vita senza figli. Bartolomeo e Orsola si rivolgono così al Cagliostrino, entrano nella sua casa e si affidano alla sua teatrale sapienza.

Il tono del racconto è gustoso, ironico, quasi teatrale. Giuseppe Graniglia parla come un impostore consumato, alternando frasi solenni, minacce oscure e ricette popolari. Legge le mani, interpreta unghie e palmi, diagnostica fegati ingrossati, consiglia infusi di aloe, croco, rabarbaro, menta e rosmarino. Poi prescrive lana di pecore tosate a luna calante da porre sull’uscio, così che il carrettiere non la veda e ne muoia “con contorcimento di budella”.

Bartolomeo, uomo buono e smarrito, si limita a commentare: «Pace al carrettiere». È uno dei passaggi più belli della storia: il contrasto tra la crudeltà superstiziosa della formula e la semplicità quasi ingenua del protagonista. Bartolomeo e Orsola non sono malvagi: sono solo due persone spaventate, figlie del loro tempo, desiderose di una famiglia e pronte a credere a chiunque prometta loro una speranza.
Alla fine arriva la “ricetta” per il concepimento: menta, santoreggia e origano in acqua bollente. Se si desiderano gemelli, precisa il Cagliostrino, occorrono due pizzichi di santoreggia, erba che egli presenta come “erba dei satiri”. Naturalmente ogni passaggio ha un prezzo: due lire imperiali per la prima rivelazione, una lira imperiale per la ricetta dei sogni di pargoli.

Il racconto si chiude con Bartolomeo e Orsola che riprendono la strada verso la cascina di Montallegro. La notte del Varesotto, prima cupa e minacciosa, diventa per loro quasi magica. Non sanno se la ricetta funzionerà, non sanno se il sortilegio esista davvero, ma portano con sé una cosa più forte della paura: la speranza.

La forza di questa storia sta proprio qui. Non è soltanto un episodio curioso o pittoresco. È uno squarcio su un mondo in cui la vita quotidiana era attraversata da credenze popolari, rimedi erboristici, paure ancestrali e figure ambigue, a metà tra ciarlatani, guaritori e depositari di un sapere misterioso. Sullo sfondo, il Settecento lombardo conosceva anche trasformazioni amministrative importanti, come il catasto censuario e la formazione delle mappe, richiamati nel racconto come segno di un’epoca che cercava di misurare e ordinare il territorio, mentre nelle case e nelle cascine continuavano a vivere antiche paure.

Storie minime del Settecento varesino di Carlo Cavalli, pubblicato a Varese da Casa Nostra Pro Arcisate nel 1996, raccoglie proprio questo tipo di narrazioni: piccoli quadri locali, capaci di restituire atmosfere, mentalità e personaggi del passato varesino.

Con “Le pene d’amore di Bartolomeo”, La Varese Nascosta riporta alla luce una Varese fatta di cascine, osterie, strade buie, civette, magie, timori e desideri semplicissimi. Una Varese lontana nel tempo, ma ancora capace di parlare al presente: perché dietro l’ironia del racconto resta l’umanità fragile di due sposi che chiedono solo di poter vedere nascere una nuova vita.