di Davide Sottocasa
Sulle acque calme del Lago di Varese sorge un piccolo scrigno di storia millenaria: l’Isolino Virginia, sito UNESCO tra i più importanti d’Europa per le palafitte preistoriche.
Qui, dove oggi regna il silenzio rotto solo dal vento e dal canto degli uccelli, tremila anni prima di Cristo batteva il cuore di una comunità di agricoltori pionieri.
Tutto comincia con una siccità.
Nell’estate tra il 2005 e il 2006, il livello del lago scende in modo eccezionale e rivela, sommersa da secoli, una struttura lignea di bonifica: una sorta di piattaforma o argine costruito con perizia dalle antiche mani neolitiche. Le analisi dendrocronologiche e radiocarboniche la datano con precisione straordinaria tra il 4840 e il 4680 avanti Cristo.
È in quel contesto che gli archeologi R. Banchieri e M. Rottoli fanno una scoperta destinata a riscrivere una piccola ma significativa pagina della storia dell’agricoltura europea.
Frugando tra i resti della struttura, recuperano 110 semi di Papaver somniferum, il papavero da oppio. Sono i semi più antichi finora attestati in tutta l’Italia settentrionale.
Non si tratta, come potrebbe immaginare chi legge il nome “papavero da oppio”, di un racconto di stupefacenti o rituali sciamanici. Quei semi parlano piuttosto di cucina, di pane e di vita quotidiana.
I semi di papavero sono infatti commestibili, ricchi di olio e di sapore, e ancora oggi vengono usati in molte tradizioni culinarie. È molto probabile che quella comunità li coltivasse proprio per uso alimentare, o forse anche per le proprietà medicinali delle piante.
L’Isolino Virginia non era un insediamento isolato e improvvisato.
Il sito risulta abitato in modo continuativo a partire dal 5300 a.C., con una solida economia agricola basata su farro, lino, altri cereali e leguminose. Il papavero si inserisce perfettamente in questo mosaico di prime sperimentazioni colturali del Neolitico: un’epoca in cui l’uomo stava imparando a addomesticare il paesaggio, a trasformare la natura selvatica in giardino e tavola.
Questa scoperta, pubblicata sulla rivista Sibrium con il titolo «Isolino Virginia: una nuova data per la storia del papavero da oppio», ha offerto una datazione preziosa e un contesto archeologico solido a una pianta che accompagna l’umanità da millenni.
Così, tra le palafitte che emergevano dall’acqua bassa di una siccità moderna, è affiorato un frammento di vita quotidiana di oltre 6.800 anni fa: un piccolo campo di papaveri che ondeggiavano sotto il sole del Neolitico, i loro semi raccolti con cura, macinati o sparsi sul pane, mentre il lago di Varese rifletteva un mondo ancora giovane, fatto di legno, di semi e di infinite possibilità.
Immagini tratte dalla pubblicazione citata
