L’ultima estate della piscina di Mister Ignis e la fine dell’era Borghi

Nella stessa settimana di giugno 2026 si chiudono due storie parallele nate dallo stesso uomo: Whirlpool esce per sempre dalla proprietà della ex Ignis, e la storica piscina di Comerio, costruita da Giovanni Borghi per i suoi operai, non riaprirà più.

L’estate 2026 a Comerio si ricorderà come quella senza tuffi. Per la prima volta da sessantacinque anni, la grande vasca all’aperto di viale Borghi non riapre: le norme di sicurezza e igienico-sanitarie cambiate nell’inverno scorso non permettono più le deroghe che fino ad oggi avevano tenuto in vita un impianto pensato per gli standard degli anni Sessanta. Costi energetici insostenibili, una vasca enorme e fuori scala per i consumi di oggi: la Fondazione che la gestisce, dopo l’ultima stagione chiusa a settembre 2025, ha dovuto arrendersi.
Quasi nello stesso momento, a poche centinaia di metri da lì e a pochi giorni di distanza, si chiude un’altra storia: il 19 giugno 2026 Whirlpool ha venduto anche l’ultima quota che ancora deteneva in Beko Europe, la società turca che oggi controlla quel che resta della ex Ignis. Per la prima volta in oltre trent’anni, nella proprietà della fabbrica di Cassinetta non resta più un euro americano.

Due chiusure, una settimana, un’unica radice: entrambe nascono dalla stessa visione di un solo uomo, che a Comerio non costruì soltanto frigoriferi.
Pochi sanno che Comerio, prima di diventare sinonimo di elettrodomestici, per la famiglia Borghi era semplicemente il paese delle vacanze. Sulla collina di Orocco avevano una casetta di villeggiatura. Quando nell’agosto 1943 i bombardamenti alleati rasero al suolo il loro negozio e laboratorio milanese, il padre Guido e i tre figli Gaetano, Giovanni e Giuseppe scelsero Comerio per rifugiarsi e perché era l’unico tetto che gli era rimasto. Da lì, con un pugno di operai, cominciarono a montare fornelli elettrici da cucina in quello che allora era un paese di sola agricoltura e di una piccola fabbrica di pipe.

Il marchio che li rese celebri, “Ignis”, non lo inventarono nemmeno loro: lo rilevarono da un artigiano milanese che già lo deteneva. E anche il prodotto che li avrebbe fatti diventare ricchi, il frigorifero, nacque quasi per caso: nel 1949 il governo italiano impose restrizioni sui consumi elettrici, e il mercato dei fornelli su cui i Borghi avevano costruito i primi successi rischiò di prosciugarsi in pochi mesi. Passarono prima alle cucine a gas, poi, intuendo che anche quel mercato si sarebbe saturato in fretta, ai frigoriferi domestici. Nel 1954 la produzione si trasferì da Gavirate a Biandronno, in località Cassinetta, dentro un’ex fabbrica di glucosio: lì, in un edificio nato per fare zucchero, sarebbe nato per settant’anni il freddo di milioni di case italiane.

Giovanni Borghi, che prende in mano l’azienda dopo la morte del fratello Giuseppe nel 1954 e del padre Guido nel 1957, diventa presto “Mister Ignis”: un personaggio quasi leggendario per chi ci lavorava, capace di arrivare ai cancelli della fabbrica in auto o in elicottero, per poi inforcare, una volta dentro, una bicicletta gialla con cui girava gli stabilimenti senza fermarsi mai, dettando ordini che i capireparto annotavano su un taccuino.
Era un padrone all’antica, accentratore e a tratti burbero, ma, secondo i racconti di chi lo conobbe, capace di una generosità che andava ben oltre lo stipendio. Fu lui, nel 1961, a voler costruire dentro il centro sportivo aziendale di Comerio la grande piscina all’aperto che generazioni di varesotti avrebbero frequentato per i successivi sessantacinque anni: non un capriccio, ma parte di un’idea di fabbrica come comunità, con campi da tennis, spogliatoi, spazi per le famiglie dei dipendenti. La stessa logica con cui, in quegli anni, trasformava lo sport in un veicolo dell’identità aziendale: fondò una squadra di ciclismo, sponsorizzò calcio e canottaggio, e soprattutto rese l’Ignis sinonimo di pallacanestro, portando la Ignis Varese a vincere sette scudetti, quattro Coppe dei Campioni e tre titoli mondiali per club sotto la sua presidenza.

A metà degli anni Sessanta l’azienda, partita da cinque operai nel 1943, ne contava oltre settemila, con un fatturato di circa quaranta miliardi di lire l’anno e una capacità produttiva di ottomila frigoriferi al giorno. Il 25 ottobre 1965 il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat visitò di persona lo stabilimento di Cassinetta, mettendolo sullo stesso piano simbolico dell’Alfa Romeo di Arese. Per qualche anno, Varese fu davvero una capitale industriale nazionale e una vasca di Comerio, d’estate, era piena di figli di operai.

Il successo, però, nascondeva crepe. Mancava una struttura dirigenziale solida per gestire una crescita ormai fuori scala, mancavano capitali. Nel 1969 nasce IRE, joint venture con l’olandese Philips; ma il matrimonio dura poco, e nel 1972, con i conti in affanno, Borghi è costretto a cedere tutte le sue quote agli olandesi. Non si ritira dagli affari — si dedica all‘Emerson e ai distributori automatici di bibite — ma la sua Ignis, ormai, è cosa di altri. Morirà a Comerio nel 1975, a soli 65 anni.

Da allora la fabbrica cambierà bandiera quasi a ogni generazione, come se ogni passaggio di proprietà raccontasse un pezzo diverso della geografia del capitalismo mondiale: agli olandesi di Philips succedono, fra il 1988 e il 1991, gli americani di Whirlpool, che ne fanno il loro avamposto europeo. Nel 2014 Whirlpool assorbe l’italiana Indesit, ma le culture aziendali non si fonderanno mai davvero fino in fondo. Nel 2017 la sede direzionale di Comerio chiude e si trasferisce a Pero, nel Milanese: dopo quasi settant’anni, Comerio smette di essere un indirizzo aziendale. Sarà proprio in quell’anno che la Fondazione Angela Mauri Sacconaghi-Giovanni Borghi, guidata da Fabio Tedeschi nipote dello stesso Borghi e già sindaco di Comerio, riacquisterà l’intera area, 51mila metri quadrati di terreno: i Borghi tornano, in qualche modo, dove tutto era cominciato.

Resta però lo stabilimento produttivo di Cassinetta, che continua a cambiare insegna: nel 2024 arriva la fusione fra Whirlpool e i turchi di Arçelik, proprietari del marchio Beko, e nasce Beko Europe. Il 2 aprile di quell’anno, ai cancelli di Cassinetta, agli operai vengono consegnati portachiavi e bustine di semi da piantare, accompagnati da un messaggio aziendale in inglese che parla di seminare insieme un futuro resiliente e sostenibile. Un anno dopo, il 1° agosto 2025, chiude per sempre il reparto di progettazione frigoriferi nato nel 1965. A raccontarne il valore, in un post diventato virale sui social, è stato Salvatore De Caprio, per trent’anni dipendente Whirlpool: secondo la sua testimonianza, quel reparto aveva inventato i primi No Frost europei e progettato frigoriferi da incasso così ben fatti che marchi come V-Zug e Ikea li compravano per rivenderli sotto il proprio marchio. Un dettaglio che, fuori da Cassinetta, in pochi conoscevano.

Ecco perché la piscina di Comerio, in questa storia, non è un dettaglio minore. È l’unico pezzo di quell’eredità che non apparteneva alla produzione, ma alle persone: ai bambini che imparavano a nuotare nei corsi estivi, alle famiglie operaie che non potevano permettersi le vacanze altrove, a un’idea di fabbrica che si faceva carico anche del tempo libero dei suoi dipendenti. Mentre gli stabilimenti passavano di mano fra olandesi, americani e turchi, la piscina di viale Borghi è rimasta lì, fedele, fino a diventare semplicemente troppo vecchia e troppo costosa per gli standard di oggi.

La buona notizia, se di buona notizia si può parlare, è che la chiusura della vasca non significa l’abbandono dell’area sportiva. La Fondazione Sacconaghi Borghi guarda già a un nuovo capitolo, legato alla conclusione dell’iter del nuovo Piano di Governo del Territorio in discussione al Comune di Comerio, e a un progetto di rigenerazione, “Opera Village”, che punta a trasformare l’intera area dell’ex quartier generale Whirlpool in un polo con funzioni sportive, sanitarie e di socialità per tutte le età, non solo per chi un tempo lavorava in fabbrica.

Resta da vedere se quella vecchia vasca, o qualcosa che ne raccolga davvero l’eredità, tornerà mai a riempirsi d’acqua. Ma una cosa è certa: ottant’anni dopo che un bombardamento spinse i Borghi a rifugiarsi in un paesino di campagna, quello che hanno lasciato a Comerio si misura anche nelle estati passate in una piscina che porta ancora, sebbene nessuno lo scriva sui cartelli, il nome di un uomo che volle costruire qualcosa che restasse oltre la fabbrica.