Settant’anni fa la posa della prima pietra del Pirellone

di Paolo Costa

Giovedì 12 luglio 1956, settant’anni fa. E’ la data della posa della prima pietra di quello che sarebbe diventato in soli quattro anni il grattacielo più alto d’Europa, considerato presto il modello ideale di ogni edificio verticale e come tale replicato nella sostanza a New York, Berlino, Barcellona e Basilea (per citare i casi più noti). Il Pirellone – perché di lui stiamo parlando – ha superato ormai la Terza Età. Ma certamente non si può dire che stia dimostrando i segni del tempo. Grazie alle sue forme slanciate, semplici ed eleganti, continua infatti a suscitare ammirazione nel mondo e a ricordarci gli anni d’avvio di un processo di sviluppo trainato da Milano e dalla sua dinamicità. Un periodo simbolicamente rappresentato dalla magnifica  fotografia in bianco e nero di Uliano Lucas con un emigrato dal sud che esce dal gigantesco corpo della Stazione Centrale. L’omino, che ha tra le braccia un’inseparabile valigia, guarda sorpreso una costruzione per lui inimmaginabile: il nuovo grattacielo. 

Ormai avviati i lavori del Pirellone, nel 1957 a Milano fu inaugurato anche il cantiere della prima linea della Metropolitana e aprì al pubblico il primo supermercato italiano. Una nuova Italia era ormai nata e quel 12 luglio del 1956 può essere considerato il momento del concepimento. Erano anni di speranze e di voglia di fare, di case e strade che sorgevano in continuazione. E l’architetto Gio Ponti (oggi diremmo l’archistar Ponti) volle immergersi in quel costruire frenetico portandovi concezioni fortemente innovative. Lui vedeva una Milano in sofferenza rispetto alle altre grandi città italiane, alle quali la natura aveva regalato mare, laghi e monti, e pensava di caratterizzare la capitale dell’industria con i grattacieli. Non uno, ma diversi grattacieli vicini come gli alberi di un bosco. Ma per vedere realizzato questo suo sogno avrebbe dovuto vivere qualche anno in più. Intanto, insieme agli ingegneri Antonio Fornaroli, Giuseppe Valtolina, Egidio Dall’Orto, Pier Luigi Nervi, all’architetto Alberto Rosselli e al professor Arturo Danusso, si concentrò sul grattacielo Pirelli. “La mia idea -diceva- è che gli edifici stessi emanino la luce, illuminino la strada, si caratterizzino luminosamente nella notte”. Più ancora che un edificio, da tale fermento ideale sortì un’opera d’arte, un gigantesco capolavoro alto 127 metri e con 31 piani (710 scalini), una figura al cui fascino è impossibile sottrarsi e che ha ispirato scrittori, pittori e fotografi, oltre che registi. Tale fu la sfida al cielo che per la prima volta venne superata in altezza la Madonnina del Duomo, posta a 108,5 metri dal suolo, ragione per cui sul tetto fu collocata una piccola riproduzione della statua. Era la soluzione individuata per rispettare la tradizione che voleva la Madonnina a vegliare su tutta la città (in precedenza Torre Branca e Torre Velasca non avevano superato quota 108). Il record in altezza del Pirelli verrà poi superato soltanto nel 2010, quando a Milano inizierà la stagione dei nuovi grattacieli e altre Madonnine verranno poste su Palazzo Lombardia e sulla Torre Isozaki di City Life. 

Dal 1978 il Pirellone – nato come nuovo centro direzionale del gruppo Pirelli per volontà dei presidenti Alberto e Piero Pirelli – appartiene alla Regione Lombardia e oggi è la sede del Consiglio regionale (riunitosi per la prima volta nella nuova Aula il 2 giugno 1980). Da “fiaba verticale, secondo la definizione da “La vita agra” di Luciano Bianciardi, il grattacielo è diventato così la “casa dei lombardi”, luogo di riunione  dei rappresentanti dei cittadini lombardi nonché simbolo identitario di una Lombardia che si sente ed è ancora la forza trainante dell’economia nazionale. Le principali mete delle migliaia di visitatori che ogni anno accedono al palazzo sono in primo luogo l’Aula consiliare e il 26° piano, dedicato alla memoria delle funzionarie Annamaria Repetti e Alessandra Santonocito che persero la vita il 18 aprile 2002 quando un piccolo aereo si schiantò contro il grattacielo. Dopo quell’incidente occorsero due anni di restauri per ridare piena vita agli spazi interni e alle facciate e da allora due ambienti aperti al pubblico ricordano due milanesi illustri: l’Auditorium Giorgio Gaber e il Belvedere Enzo Jannacci.