Mondora, la memoria che continua: una sala della Questura in suo nome

Ci sono luoghi che non sono solo spazi fisici, ma diventano custodi di memoria. È il caso della sala riunioni della Questura di Varese, che da oggi è ufficialmente dedicata a Fabio Mondora, vice questore della Polizia di Stato e figura centrale e profondamente amata dell’istituzione.

Un’iniziativa che nasce dal desiderio condiviso di non disperdere il ricordo di una persona che ha saputo lasciare un’impronta autentica, fatta di lavoro silenzioso, dedizione e relazioni umane. Mondora, scomparso prematuramente, è stato un punto di riferimento per colleghi e collaboratori, non solo per le sue competenze professionali ma per il modo in cui ha vissuto il servizio pubblico: con rispetto, discrezione e profonda umanità.

«Sono veramente orgoglioso di aver portato a termine questo percorso – ha spiegato il questore, Carlo Mazza – ma sono solo il terminale di un lavoro iniziato tempo fa. L’idea era quella di dare il giusto riconoscimento a una figura importantissima della Questura di Varese. Fabio Mondora è ancora qui, in questi uffici, in tutte le stanze della Questura».

Non è il primo segno concreto di questo ricordo. Alla sua memoria è già stato intitolato lo spazio antistante la Recalcati, un gesto che ha segnato l’inizio di un percorso di memoria condivisa. La nuova intitolazione della sala riunioni rappresenta una naturale continuità, perché riguarda un luogo vissuto quotidianamente, dove il lavoro incontra il confronto.

Un ruolo importante lo hanno avuto Luigi Manco e l’associazione La Varese Nascosta, scelti fin dall’inizio per accompagnare il progetto proprio per il legame umano profondo che li univa a Mondora e per la sensibilità dimostrata nel tenere vivo il valore della memoria.
Al centro della sala trova posto una grande fotografia raffigurante un tramonto sul Lago di Varese, simbolo del territorio e del tempo che scorre. L’opera è firmata da Walter Capelli, che ha raccontato: «È un’immagine nata quasi per caso, per svago. Non sono un paesaggista, ma sapere che uno scatto così possa trovare spazio in un luogo tanto significativo è per me un grande onore».

Molto toccanti anche le parole del prefetto, Salvatore Pasquariello, che ha ricordato come «non conta tanto quanto si è vissuto, ma l’impronta che si è lasciata». Un pensiero rivolto in particolare alla famiglia: «Vostro marito, vostro padre, il nostro collega, ha lasciato un segno incancellabile nel cuore di tante persone. E questi segni sono importanti perché danno continuità alla famiglia della Questura».
Una memoria che non resta ferma nel passato, ma continua a vivere nei luoghi, nelle immagini e nelle relazioni. Ed è forse questo il modo più autentico di ricordare.