Quando il Grand Hotel Campo dei Fiori apriva le porte alla stagione della Belle Époque

C’era un tempo in cui Varese veniva considerata una delle mete climatiche più eleganti d’Europa. Un tempo fatto di signore con lunghi abiti chiari, cappelli raffinati, valigie in cuoio e villeggianti provenienti da Milano, dalla Svizzera e da molte città europee, attratti dall’aria fresca dei monti e dalla quiete dei boschi varesini.

Dal 1912 fino alla chiusura avvenuta nel 1968, ogni anno il 1° giugno segnava ufficialmente l’inizio della stagione del maestoso Grand Hotel Campo dei Fiori, uno dei simboli assoluti della Belle Époque varesina. Progettato dall’architetto Giuseppe Sommaruga e immerso nel verde del Campo dei Fiori, il grande albergo rappresentava il volto più elegante e internazionale della Varese del primo Novecento.

I lavori per la sua costruzione terminarono nell’estate del 1912 e da quel momento il Grand Hotel divenne meta privilegiata dell’alta borghesia e dell’aristocrazia del tempo. Nel 1914 la prestigiosa rivista “La Lettura” del “Corriere della Sera” descriveva così la città: «Varese oramai è diventata una stazione climatica italiana di primo ordine non solo, ma una delle più rinomate d’Europa». Parole che raccontano perfettamente il clima culturale e turistico di quegli anni. Varese era infatti facilmente raggiungibile da Milano “in mezz’ora di ferrovia” e poteva contare su una moderna rete di tramvie, funicolari e strade automobilistiche che conducevano i visitatori verso i luoghi più panoramici del territorio.

Tra questi, il Campo dei Fiori rappresentava il cuore del turismo d’élite. Il Grand Hotel, con le sue sale eleganti, le terrazze panoramiche e il lusso discreto tipico dell’epoca liberty, apriva le sue porte ogni anno dal 1° giugno fino alla fine di ottobre, seguendo il ritmo della villeggiatura estiva. Oggi quell’edificio, ancora imponente e affascinante nonostante il silenzio e l’abbandono, continua a dominare la montagna varesina come un gigante della memoria. Le sue finestre chiuse sembrano custodire le voci, i balli, le conversazioni e i sogni di un’epoca irripetibile, quando Varese era davvero una delle capitali europee del turismo climatico. Fonte e testo storico.