Storia di Varese – 15. Il Battistero di S. Giovanni e il Castellaccio

di Bruno Belli

LA «PIEVE DI SAN VITTORE».

Possediamo dati archeologici ed epigrafici risalenti ai secoli V e VI che testimoniano l’esistenza di diverse comunità cristiane nel Varesotto. A tale epoca risalgono molte chiese della zona, oggi facenti parte del Comune di Varese, mentre per l’attuale centro cittadino (così definito dal XIX secolo), che corrisponde, come abbiamo detto nelle scorse settimane, al borgo originario, le testimonianze archeologiche sono databili all’VIII secolo, corrispondendo alle più antiche fondamenta del «Battistero di San Giovanni». Senza dubbio, come già accennato, le origini del centro religioso formato dalla Basilica di S. Vittore e del Battistero sono più antiche: lo testimonia la stessa dedica al Santo patrono che fu martirizzato a Milano nel 303 ed il cui culto si diffuse in modo affatto rapido (vedi post del 7 aprile u.s.). Con ogni probabilità esisteva un oratorio dedicato al santo già nel IV secolo, ma non possediamo alcun documento sull’evoluzione della Basilica antecedente alla metà del XVI secolo.

La Basilica di S. Vittore con il Battistero fu a capo di una «pieve»: essa corrispondeva ad un’unità territoriale civile e religiosa che, dal V secolo, organizzo il territorio della Diocesi di Milano; ad essa facevano riferimento le chiese minori del territorio ed il Battesimo veniva impartito, solo due volte l’anno, presso la chiesa matrice, detta anche «plebana» o «battesimale».

E’ in una pergamena del 933, conservata presso l’Archivio prepositurale cittadino, la più antica testimonianza documentaria dell’esistenza della «Pieve di San Vittore di Varese», mentre il Battistero è citato per la prima volta nel 1061, sebbene, fosse già eretto nel 933. I ritrovamenti archeologici permettono di tracciare una mappa sufficientemente precisa di come si presentava l’area sacra formata da basilica e da battistero: la prima aveva senza dubbio una superficie minore all’attuale se S. Carlo, nella visita pastorale del 1567 ne ordinò l’ampliamento, mentre il secondo, fu trasformato come lo vediamo oggi solo nel XIII secolo partendo dall’originaria pianta poligonale che caratterizza i battisteri romanici del settentrione (abbiamo visto settimana scorsa, ad esempio, quello di Arsago Seprio). L’area circostante era adibita a «cimitero» come testimoniano numerose sepolture rinvenute durante gli schiavi. Pertanto, il primo «cimitero» del borgo si trovava presso l’attuale Battistero che è, oggi, la più antica costruzione conservata intatta in Varese.

IL «BATTISTERO DI S. GIOVANNI».

Il preesistente edificio era a pianta poligonale – probabilmente ottagonale se consideriamo che tale è la forma del fonte battesimale ivi contenuto poiché fu deciso di riprodurre la forma più antica – con una piccola abside ad est ed una vasca battesimale interrata, risalente al VI / VI secolo, come fu ritrovata durante i restauri effettuati tra il 1948 ed il 1950, operati dall’architetto Ferdinando Reggiori, e tuttora visibile: la vasca è costruita in muratura con le pareti ad imbuto ed è chiusa con una pietra avente un foro centrale per lo scolo dell’acqua.

La parte esterna è molto semplice: nella facciata spicca un bel portale con arco a tutto stesso con complesse mondanature; il frontone a capanna è ornato con un semplice ordine di archetti, elementi tradizionali romanici che si affiancano ad altri ornamenti ormai di gusto gotico (siamo nel XIII secolo, infatti). Era tutto rivestito di pietra di Viggù, ma, con il tempo, molte pietre, nei secoli sono state sostituite ed almeno in parte affrescato, come testimonia il ritrovamento di una testa di Cristo sul lato sud esterno del presbiterio, accanto alla scala interna che porta alla tribuna (matroneo), caratteristica di molte chiese della zona, come, ad esempio, a San Cassiano di Velate, alla Chiesa della Madonna della Schirannetta a Bobbiate ed a S. Caterina ad Erbamolle a Buguggiate (le foto seguono direttamente quello riguardanti gli interni del battistero).

La statua di S. Giovanni «Battista», pregevole esempio d’arte gotica lombarda, è accolta in una nicchia posta sul frontone al termine dei lavori, nella prima metà del XIV secolo, quando fu anche realizzata la decorazione pittorica dell’aula interna. Il Battista, vestito a drappeggio, nella mano sinistra trattiene un cartiglio con la scritta «Vox clamantis in deserto: Parate viam Domini» («Vice di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore») e, nella destra, sollevata, teneva, probabilmente, una croce di ferro.

Sempre sulla facciata, il portale centrale è sormontato da una lunetta attribuita al Maestro della Tomba Fissiraga, raffigurante «S. Giovanni Battista, Gesù Bambino in braccio alla Madonna ed un devoto». Ai lati, due alti finestroni costituiscono la principale fonte di luce per l’interno.
Sul lato sud si trova un secondo ingresso, oggi murato, con arco a sesto acuto ed una lunetta attribuita sempre al Maestro della Tomba Fissiraga raffigurante una «Madonna col Bambino tra due devoti».

All’interno pregevole la vasca monolitica ottagonale del XIII secolo, il «fonte battesimale», incompiuta su alcuni lati (il fatto permette di seguire le fasi della lavorazione), opera di un Maestro campionesse, oppure, secondo il Porter, di uno scolaro di Guglielmo da Modena: sono scolpiti in essa il «Battesimo di Gesù» e un «Apostolo tra S. Matteo e S. Bartolomeo».
La decorazione pittorica risale al XIV secolo e presenta diversi soggetti non sempre conservati in modo eccellente, per lo più sempre attribuibili al Maestro della Tomba Fissiraga di Lodi: si tratta del grande affresco con le due file sovrapposte di Apostoli e di Santi e la «Crocifissione», davvero drammaticamente espressiva, sulla spalla destra dell’arco.

Sulla controfacciata sono un «San Giacomo a cavallo con devoto» una «Natività» ed un «S. Ludovico da Tolosa», frate francescano che testimonia l’influenza che l’Ordine ebbe in città (ci sono altri francescani raffigurati nella tribuna, infatti).
Il presbiterio è più vario: accanto alla pregevole «Madonna della Misericordia», sul lato destro, ed alcune tracce, sulla parete di fondo, di una «Crocifissione» e di una «Madonna con S. Giovanni Battista» sempre della mano del Maestro sopra citato, troviamo affreschi di diverso livello e di varie mani che sono non tutti di eccellente qualità, ma comunque non privi di fascino (segnalo, tra gli altri, sul lato sinistro, «S. Nicola con i tre fanciulli in una tinozza»). Sull’altare si torva il bell’affresco cinquecentesco (sec. XVI) della «Madonna in trono» di scuola vercellese e la «Pietà» di scuola lombarda.

Come già ricordava il grande Mario Bertolone, quest’ultimo gruppo è una serie di affreschi per lo più votivi: infatti, alcuni sono soggetti ripetuti più volte ed in essi, si trovano anche visi appartenenti ai committenti ed alcuni stemmi.
La tribuna (matroneo) cui si accede dalla scala esterna costruita nel 1617 in sostituzione di quella interna, è il luogo dove più di evidenzia il diverso avvicendarsi delle mani che contribuirono alle affrescature: tra esse vi sono le interessanti immagini di stampo popolaresco del Maestro di Corzoneso che dipinse il «Santo Vescovo tra il Battista e S. Bartolomeo» e l’«Adorazione dei Magi», trovando anche rappresentata una bottega, con ogni probabilità un luogo reale locale, che si segnala sì per la semplicità dell’esecuzione, ma che è notevole per l’espressività e per la testimonianza della vivacità del borgo in questi secoli.
Segnalo, infine, un bel «S. Giorgio che uccide il drago», appartenete ai primi decenni del XV secolo, nella facciata più bassa.

IL «CASTELLACCIO» O «CASTELLAZZO».

Mentre entro il XIV secolo si completava il rinnovamento del Battistero, un edifico che aveva avuto nella storia varesina tra il IX ed il XII secolo una certa importanza presentava già uno stato di decadenza: si trattava de il «Castellaccio» che era posto tra la Motta e l’attuale giardino Pubblico sottostante Villa Mirabello. Esso era l’antico Castello di Varese, nominato nei documenti attorno al 1000, quando risiedevano alla Motta i «Consoli del Seprio» di cui parlammo alcune settimane fa. In un documento del 1279, conservato all’Archivio prepositurale, si specifica chiaramente una certa località situata «ubi dicitur in Castello seu Mercato» («nel luogo dove si dice In Castello, ossia nel Mercato»): perciò, il vecchio Castello si trovava presso la Motta e credo che la «Torretta» fosse proprio una parte del suddetto edificio, l’unica che fu conservata, non sappiamo per quale motivo. Dalle «Memorie» di Vincenzo Marliani apprendiamo poi che, nel 1766, nei lavori d’impianto dei Gardini estensi, il castello fu in parte demolito, ma che a quel tempo era già ridotto ad un rudere («decapitamento del Castellazzo»). Scrive, infatti, Marlianni: «…antiche vestigia di un castello antico e di altre case vicine» che si sarebbero demolite in parte, ed in parte ridotte d’altezza («decapitate»), da risultare così sepolte dalla collina attuale, risultante dallo spianamento di un colel più alto (si veda, Bertolone, «Varese, le sue Castellanze, i suoi rioni» 1952).

Bibliografia minima (per approfondire):

  • AA.VV. Varese: vicende e protagonisti, Bologna, Edison, 1977
  • Luigi Ambrosoli, Varese, storia millenaria, Varese, Macchione Editore, 2002
  • Mario Bertolone, Varese, le sue castellanze e i suoi Rioni,Milano, Faccioli, 1952
  • Luigi Borri, Documenti varesini raccolti, annotati e volgarizzati, Varese, Macchi e Brusa, 1891
  • Brambilla, Luigi, Varese e il suo circondario, Varese, Tipografia Ubicini, 1974.
  • Leopoldo Giampaolo, Varese. Sintesi storca, Varese, Litotipografia Verbano, 1977
  • Clara Castaldo, Guarire con i santi. Percorso storico artistico nel Varesotto, con un intervento di Giuseppe Terziroli, Varese, Macchione, 2006
  • Gemma Guglielmetti Villa, «Affreschi del ‘400 nel territorio di Varese», Milano Bramante, 1964.
  • Parrocchia di S. Vittore, Il Battistero di San Giovanni», opuscolo.