Trovare l’anima gemella quando mezzo paese è tuo parente

di Lorenzo Frascotti

Nei secoli passati trovare moglie non era semplice, soprattutto nei piccoli villaggi rurali. Ci si sposava quasi sempre con qualcuno del proprio paese o dei centri immediatamente vicini e, tra il Cinquecento e il Seicento, l’orizzonte matrimoniale poteva essere sorprendentemente ristretto.

Dal 1215 la Chiesa vietava le nozze entro il quarto grado di parentela, cioè fino ai cugini di terzo grado. Il divieto riguardava anche gli “affini”: persone unite non dal sangue, ma da legami creati attraverso altri matrimoni. In comunità di poche centinaia di abitanti, dove seconde e terze nozze erano frequenti, la rete delle parentele diventava presto molto fitta.

I censimenti locali dell’epoca permettono di farsi un’idea concreta del problema. Un giovane in età matrimoniale poteva trovare nel proprio villaggio non più di sette o otto donne nubili, includendo anche le vedove sotto i quarant’anni. Allargando la ricerca ai paesi vicini, si arrivava forse a una trentina. Non erano molte, perché lo stesso “mercato matrimoniale” era condiviso con altri uomini: una sorta di gioco delle sedie in cui tutti cercavano di sistemarsi. Alla fine, quasi tutti si sposavano, ma la libertà di scelta era assai meno ampia di quanto i numeri facciano pensare.

A restringere ulteriormente la scelta intervenivano i legami di sangue e di affinità: nelle comunità considerate, dal 34 al 44 per cento delle donne potevano risultare imparentate, in modo più o meno stretto, con un possibile sposo. E poi c’era la dote, tutt’altro che secondaria. L’anima gemella, insomma, doveva essere libera, non troppo parente e possibilmente dotata di mezzi adeguati.

Poteva entrare in scena anche il sensale matrimoniale, intermediario che metteva in contatto le famiglie e favoriva un’unione conveniente. In genere si occupava di indagare sulla consistenza della dote, sulle virtù personali ma anche su eventuali rapporti di parentela.

Proprio per evitare matrimoni proibiti, la Chiesa mise a punto una procedura di controllo. Secondo le disposizioni di Carlo Borromeo si interrogavano anzitutto i promessi sposi; seguivano poi le pubblicazioni in tre giorni festivi, così che chi conosceva eventuali impedimenti potesse segnalarli. Se emergeva un dubbio, il curato sospendeva le nozze e interrogava genitori e parenti.
La cautela era comprensibile.

Una consanguineità o un’affinità scoperta anche anni dopo poteva portare alla nullità del matrimonio, perfino in presenza di figli. Solo per il terzo o quarto grado era possibile chiedere una dispensa, con una procedura incerta e costosa.
Trovare moglie, dunque, non significava soltanto incontrare la persona giusta: bisognava anche accertarsi che non fosse già, in qualche modo, una parente.