Un gigante in meno: abbattuto il faggio rosso ultracentenario di parco Mantegazza

È caduto in silenzio, come spesso accade alle cose davvero importanti. Nel parco Mantegazza è stato abbattuto un grande faggio rosso ultracentenario, uno degli ultimi testimoni viventi di un disegno antico, oggi solo in parte leggibile. Nessun annuncio, poche parole, quasi nessuna traccia pubblica. Eppure, con lui se ne va un pezzo profondo della storia verde di Varese.

Quel parco, che chiamiamo Mantegazza per abitudine, è in realtà il risultato di stratificazioni, passaggi di proprietà, trasformazioni continue. Nulla di ciò che vediamo oggi è davvero originario, ma tutto conserva memoria. Prima ancora dei Mantegazza, gli ultimi proprietari solo per pochi decenni, l’area faceva parte di un sistema difensivo e rurale che guardava dal Lago Maggiore verso Milano. Un luogo che ha conosciuto castelli, cappelle, giardini, abbandoni e rinascite. Quando il Comune lo acquistò nel 1981, il parco era un ginepraio, ma anche una promessa.

In quel contesto il faggio rosso era già lì. Secondo Daniele Zanzi, agronomo di fama internazionale, era probabilmente nato attorno al 1880: circa 160 anni di vita, un’età considerevole per la specie. Un albero che colpiva per i grandi contrafforti radicali, per il legno prodotto alla base come gesto di resistenza, come se avesse imparato, stagione dopo stagione, a sostenersi da solo. Le indagini svolte già nel 2015 avevano mostrato alterazioni interne del legno, segni di un lento declino. «Le piante non muoiono mai all’improvviso», ricorda Zanzi, «entrano in una regressione che può durare molti anni».

Dal punto di vista biologico, quel faggio avrebbe potuto vivere ancora almeno quindici anni. Non era la caduta dell’intero albero a preoccupare, ma i rami secchi interni, in un’area frequentata. La sicurezza ha prevalso, ancora una volta, come spesso accade quando la cura paziente delle piante mature lascia spazio a soluzioni definitive. Senza polemica, resta però la sensazione di un’occasione mancata: quella di accompagnare un gigante nel suo tempo finale, invece di interromperlo.

Quel faggio non era solo un albero ornamentale. Era un ecosistema. Ospitava microfauna, funghi, insetti, relazioni invisibili. Durante la sua lunga vita aveva assorbito anidride carbonica e ne aveva immagazzinato il carbonio nel legno, diventando una vera e propria banca ecologica. Per compensare la sua perdita, la scienza stima che servirebbero 3.028 nuovi alberi. Il suo valore complessivo, tra servizi ecosistemici e pregio ornamentale, superava i 200 mila euro. Ma il valore più difficile da misurare è quello simbolico.

A ricordarcelo è stato il gesto di Filippa Lagerbäck, che ha condiviso l’immagine della sezione del tronco: gli anelli ben visibili, come pagine di un libro aperto. «Testimone della nostra storia», ha scritto. Ed è forse questa la chiave. In una città che ha visto scomparire fabbriche, edifici, paesaggi, anche un albero può e deve essere riconosciuto come parte della memoria collettiva.

Forse l’abbattimento di una pianta ultracentenaria meritava la stessa attenzione riservata alla demolizione di un edificio simbolico. Forse meritava un racconto, un cartello, un momento di consapevolezza condivisa.