L’Editoriale di Marco Tavazzi
L’unica grande opera di cui oggi Varese ha veramente bisogno è il rilancio della vivibilità della città.
Il “mantra” delle grandi opere, presentate come panacea di tutti i mali, non mi ha mai convinto, soprattutto se usato in campagna elettorale (ed è stato usato sempre tantissimo, da entrambi gli schieramenti e anche da candidati terzi).
Non mi convince perché rischia di essere uno specchietto per le allodole: una faraonica lista della spesa, per attrarre consenso, salvo poi riuscire a fare ben poco. Per carità, non voglio dire che i grandi interventi non servano, ma quello che mi rende dubbioso è il loro utilizzo mediatico come soluzione a tutti i problemi.
Quello che un amministratore che si candida dovrebbe proporre è il modo, la “ricetta” per aumentare la vivibilità della città. Ovvero lavorare per far portare quei miglioramenti al tessuto urbano e sociale della città, che possano aumentare la qualità della vita.
Un obiettivo raggiungibile attraverso l’ordinaria amministrazione, ma occorre farla bene e con costanza: dalle strade senza buche ai marciapiedi puliti, alla rimozione delle barriere architettoniche, alla presenza di servizi per i cittadini (e i negozi di vicinato, ad esempio, lo sono) fino alla sicurezza diffusa: fatta, quest’ultima, con la lotta al degrado delle aree a rischio. La lotta al degrado la si fa anche controllando che un lampione, specialmente in un’area disagiata, non sia mai spento. Sono piccoli esempi di una lunga lista che rientra nell’ordinaria amministrazione.
Quello che purtroppo si è potuto dai primi anni Duemila a oggi, è stata una progressiva resa delle amministrazioni locali su questo fronte. Complici le difficoltà di bilancio degli enti locali, ma diciamoci la verità: l’ordinaria amministrazione non sempre fa notizia e in una logica da campagna elettorale permanente, che ha sempre di più preso piede anche a livello locale, è meglio ammantarsi grandi opere.
La strategia comunicativa per un po’ rende, ma è evidente che non basta nel lungo periodo: che le grandi opere arrivino con tutti i risultati sperati oppure no, è la città nel suo insieme, la sua vivibilità, che interessa al cittadino. La città da vivere arriva sempre prima rispetto alla città ideale.