Varese non fa rumore ma ha una voce colta

di Samuele Corsalini

Quando Luca Barbareschi, intervenendo in televisione, definisce Varese «la città meno colta d’Europa», utilizza una formula molto efficace dal punto di vista mediatico e comunicativo, cioè breve, provocatoria, assoluta.

Una battuta che funziona in un contesto televisivo, ma che, rilanciata come giudizio sulla città, merita qualche riflessione in più.
Non per spirito di polemica, ma per chiarezza.
Il punto non è stabilire se Varese sia “allegra” o “non troppo”. Il punto è capire che cosa si intenda per cultura e con quali parametri si scelga di misurarla.

Perché se la cultura coincide con la visibilità, con la mondanità o con la capacità di occupare stabilmente i riflettori, allora Varese potrebbe non rientrare in quella definizione.

Ma se la cultura è sedimentazione e continuità, allora il quadro cambia radicalmente.

Varese è una città che custodisce la propria cultura. La sua identità culturale è diffusa, stratificata, spesso corrispondente al concetto aristotelico di potenza, che a volte non viene attuata correttamente.

È nei luoghi, prima ancora che negli eventi.
È nel Sacro Monte, non solo come scenario suggestivo, ma come complesso artistico e spirituale unico in Europa, riconosciuto dall’UNESCO.
È nella sua natura di città-giardino, pensata, progettata e vissuta tra architettura, paesaggio e qualità della vita, molto prima che questi temi diventassero centrali nel dibattito contemporaneo.
È nelle ville, nei quartieri, nelle castellanze, nei rioni, dove la storia non è concentrata in un centro monumentale, ma diffusa, quasi mimetica

Varese è stata luogo di villeggiatura colta, di scienziati, di scrittori, di artisti. Il rischio delle definizioni mediatiche, soprattutto quando arrivano da chi ha un ruolo pubblico e una forte visibilità, è quello di applicare criteri semplificanti a realtà complesse.

La cultura non è una classifica, né una competizione tra centri e periferie. La cultura vive di memoria e studio.
Forse Varese non si concede a chi la osserva distrattamente. Chiede tempo, attenzione e conoscenza. E proprio per questo può sembrare distante a chi è abituato a misurare il valore culturale solo in termini di esposizione.
Il problema, allora, non è se Varese sia “meno colta”. Il problema è se siamo ancora capaci di riconoscere, a livello nazionale, una cultura che esiste e che vive ogni giorno negli abitanti della città.