di Valentina Fumagalli
Tra piazza Ferrucci e la collina di Masnago c’è un luogo che, da due secoli, insegna a Varese la pazienza del verde: Villa Baragiola. Nata dalle prime acquisizioni dei primi dell’Ottocento e divenuta nell’età romantica una “villa di delizia” con parco paesaggistico, conserva ancora oggi quell’aria sospesa che appartiene ai giardini storici: viali morbidi, grandi conifere, specie rare, scorci improvvisi sulla città. E poi la dacia ungherese, presenza quasi fiabesca tra le chiome, memoria di un gusto esotico che dialoga con il paesaggio lombardo. Un luogo che non ha mai gridato la propria bellezza, lasciandola crescere, anno dopo anno.
Oggi però quel silenzio è rotto dal cantiere: il progetto finanziato dal PNRR – “Abitare Varese. Social housing, verde, condivisione e cultura” – prevede il recupero dell’edificio storico con la realizzazione di alloggi di social housing e spazi comuni, oltre alla sistemazione delle aree esterne del parco. Un’operazione importante, sostenuta con oltre 16 milioni di euro e inserita nel programma PinQuA, con conclusione prevista entro marzo 2026.
Nelle intenzioni ufficiali, rigenerazione urbana e valorizzazione del verde dovrebbero camminare insieme. Ma le immagini diffuse in questi giorni raccontano un’altra percezione: suolo profondamente segnato dal passaggio dei mezzi, aree erbose trasformate in piste di cantiere, terra riportata e compattata, protezioni assenti o insufficienti in prossimità di alberi di pregio.
«Nella foto aerea si vede la situazione ante, con cerchiata in rosso una vasta area verde con esemplari notevoli e in viola una radura erbosa. La situazione odierna vede invece tutta l’area verde andata persa con riporti di terra, scavi, residui di alberi accatastati – scrive Daniele Zanzi – In più’ in tutto il parco, anche in prossimità di esemplari iscritti al registro degli alberi monumentali, nessuna protezione».

Non si discute l’opportunità del recupero, bensì il modo in cui lo si sta conducendo. Daniele Zanzi, agronomo di lunga esperienza, parla di «costipamenti irrimediabili del suolo», di «ristagni idrici» e di «distruzione» laddove prima c’era un equilibrio delicato. Parole misurate, ma nette. E quando un tecnico sottolinea che il compattamento può compromettere in modo permanente l’apparato radicale, non è un’opinione: è fisiologia vegetale.
Il PNRR impone il rispetto del principio DNSH, “Do No Significant Harm”: non arrecare danni significativi all’ambiente. È evidente che ogni cantiere comporta trasformazioni temporanee. Ma in un parco storico il suolo non è un supporto neutro: è parte integrante del patrimonio. Se viene compresso oltre soglia, non si rigenera in una stagione.
Forse il punto sta qui, in una certa fretta che i tempi europei impongono e che rischia di tradursi in una gestione troppo sbrigativa della fase più delicata: quella in c8ui si decide se il verde sarà compagno dell’intervento o semplice contorno sacrificabile.
Villa Baragiola merita di tornare a vivere. Ma merita anche che la sua vita vegetale silenziosa, profonda e radicata, venga accompagnata con la stessa cura con cui si restaurano i muri storici. Perché Varese, quando perde un suolo vivo o una grande chioma, non perde solo paesaggio:perde memoria.





