di Andrea Bortoluzzi
Sera d’agosto verso tramonto la valle pronta al buio imminente, solo scroscio d’acque, il fischio della marmotta guardiana pronta alla tana, qualche gracchiare di cornacchia alpina insieme al sibilo discreto di un vento leggero che scendeva dal colle e scarmigliava i capelli.
Orario insolito per passeggiare in montagna, troppo tardi per salire al Rifugio per qualche ascensione all’indomani, c’era il rischio di trovarlo affollato e di dover dormire all’addiaccio, troppo presto per salirci per una escursione mattutina sul ghiacciaio, c’era da affrontare la notte.
Si saliva tranquilli, tra i larici profumati di resina, calpestando il muschio colorato di giallo di qualche sorgiva, sul sentiero che dalla cappella di Planpincieux va verso l’alto come se fosse una passeggiata per un corso cittadino e non una ascensione per la quale normalmente ci si preparava, importante o meno che fosse, con ben altri cipiglio e attrezzatura.
Niente zaini, niente piccozze, niente corde legate a tracolla. Bei maglioni e pantaloni di lana alla zuava i grandi, noi a tubo sino al ginocchio, tutti con calzettoni colorati e pedule Vibram: eravamo agghindati come alla parata della festa delle Guide con sfilata con tanto di fanfara che si teneva ogni anno il 15 di agosto.
Di agosto quel giorno faceva il 10, anno 1964. I grandi con me e Paola Donvito erano i nostri genitori Lino Donvito e Beppi Bortoluzzi, e l’amico fraterno dei due, Nando Quagliolo. Tutta gente che la montagna sapeva non solo cosa era perché l’aveva percorsa e salita anche con qualche ardimento ma soprattutto interiorizzata rendendola quasi sacra.
Da quella sacralità io e Paola eravamo stati contagiati nelle lunghe passeggiate nella Valdigne valli e convalli vicine ,precedute da risvegli all’alba in compagnia della luna che tramontava dietro il Monte Bianco, dopo che la sera prima dietro meticolose istruzioni paterne zaini, attrezzatura varia e vettovagliamento erano stati preparati e lasciati pronti davanti all’uscio di casa per essere afferrati al volo dopo un veloce caffè: l’alpe e soprattutto il sole cocente non attendevano. Bisognava pro fittare del fresco e guadagnare quota nella luce del primo mattino.
Quella sera eravamo stati ammessi in via eccezionale a quella funzione insolita celebrata dai nostri chierici alpini che salivano precedendoci, per via dell’età, tredici anni io quattordici lei e ne eravamo un po’ i chierichetti.
I grandi scrutavano impazienti, oltre le grandi placche rossastre che gli ascensionisti dovevano salire attraversando passaggi di una qualche difficoltà e un camino reso praticabile da una scala, per raggiungere il Rifugio Boccalatte.
Ad un tratto un grido “eccoli”: due puntini scendevano a valle quasi rotolando e via via rendendosi riconoscibili per uomini di montagna agili come stambecchi, e poi per chi erano: Walter Bonatti e Michel Vaucher.
Erano di ritorno dalla loro memorabile ascesa della punta Punta Whimper delle Grandes Jorasses conquistata dal gran diedro della parete Nord. Una via aperta in condizioni metereologiche e ambientali critiche con quattro bivacchi in quota caratterizzati da freddo polare e neve.
Per quattro giorni io e Paola avevamo pensato la sera prima di addormentarci nelle nostre cuccette ai due uomini impegnati in una impresa quasi impossibile: Walter che conoscevamo come uno di casa e il suo mite compagno insegnante di matematica ginevrino, su per gli strapiombi delle Jorasses, che avevamo imparato a conoscere dal balcone del Vallone di Malatraz luogo di amene scorribande.
Adesso lì tra i cespugli di mirtilli e rododendri stavamo ammutoliti a guardare gli abbracci amichevoli e silenziosi che i reduci dall’impresa e i nostri genitori e amici, allertati da una telefonata del Rifugista del Boccalatte, si scambiavano.
Non c’era fiato per le parole da una parte perché la commozione era tanta e dall’altra perché quel poco che era rimasto era per correre a valle fino al caldo di casa, a Courmayeur.
Io e Paola tenendoci amichevolmente per mano facevamo corona a quell’incontro un poco discosti dalla scena di cui eravamo stati spettatori. E ci accovacciavamo, dopo averla scalata, su una grande roccia lì vicino da cui si guadava su in alto l’ultima luce sulla Punta Jolanda, tra profumi di legno, di aghi di pino e erbe selvatiche e il rumore lontano di qualche frana, attendendo un cenno del capo rivolto a valle dei nostri.
