Un Maestro d’Ascia del Lago Maggiore: Carletto Brovelli

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di Davide Sottocasa

Sul lungolago di Ranco, dove le acque del Verbano accarezzano antiche pietre e il vento porta storie di vele e remi, vive ancora l’eco di un uomo che ha trasformato il legno in poesia navigante. Si chiamava Carletto Brovelli, maestro d’ascia dal cuore di larice stagionato, le mani segnate da schegge e resina, gli occhi capaci di leggere le onde prima che si formassero.
Nato ad Angera nel 1896, Carletto crebbe respirando l’essenza del lago. Dopo la Grande Guerra, invece di voltare pagina, scelse di plasmare il futuro con le proprie mani. Nelle officine della SIAI di Sesto Calende lavorò il legno per gli idrovolanti, dando forma a macchine che sfidavano il cielo. Proseguì poi a Lione, prima con la Caproni e poi nella raffinata bottega dei pianoforti Pleyel, dove affinò la precisione millimetrica del dettaglio. Eppure il suo vero destino lo attendeva sul Lago Maggiore.

Nel 1927, in pochi intensi mesi al cantiere Taroni di Stresa, assimilò l’antica arte della costruzione navale come se l’avesse sempre avuta nel sangue. Fu un’illuminazione. Agli inizi degli anni Trenta aprì il suo primo cantiere ad Angera, per trasferirsi definitivamente nel 1931 a Ranco, dove costruì casa e officina affacciate sul lungolago. Nel 1933 fondò ufficialmente il Cantiere Nautico Brovelli. Ogni imbarcazione che usciva dalle sue mani portava impressa, con orgoglio, la firma: «Carletto Brovelli Costruttore Imbarcazioni Ranco Lago Maggiore».

Maestro d’ascia puro, lavorava larice stagionato per anni, curvava le ossature col vapore come un alchimista, utilizzava robinia e quercia robuste e fissava tutto con chiodi di rame che brillavano sott’acqua. Progettava personalmente molte barche, grazie alla sua esperienza di disegnatore e maestro di disegno: ogni linea era un equilibrio perfetto tra estetica e funzionalità.
Le sue imbarcazioni erano vere opere d’arte galleggianti: lance eleganti, fuoribordo da corsa scattanti, dinghy a vela leggeri. Il suo capolavoro assoluto restano però le jole da canottaggio: leggere, perfette, quasi vive. Volavano sull’acqua e regalarono vittorie leggendarie. Nel 1936 e nel 1939 trionfarono ai campionati italiani nel quattro di coppia con timoniere, portando gloria a società come la Canottieri Olona di Milano, Pavia, Cremona e a numerosi sodalizi lacustri. Carletto non era solo costruttore, ma anche preparatore tecnico: un uomo capace di ascoltare il vento e intuire la corrente.

La guerra arrivò come una tempesta improvvisa, interrompendo i sogni di legno. La passione però resistette. Carletto continuò a lavorare, più lentamente, fino ai primi anni Settanta, quando passò il testimone.
Il cantiere divenne molto più di un luogo di lavoro. Lo scrittore Piero Chiara lo scelse come suo “pensatoio” sotto il grande tiglio sul lungolago. Qui Anna Brovelli, figlia di Carletto, fu la sua skipper fedele.

Proprio da questo cantiere uscì preparata e allestita la Tinca, la barca protagonista del film La stanza del vescovo (1977), tratto dal romanzo di Chiara e diretto da Dino Risi. Originariamente una scialuppa di salvataggio della nave Angelina Lauro, fu Anna a sceglierla e a metterla a punto per le riprese. Oggi riposa sommersa a circa 15 metri di profondità davanti alla spiaggia dei Canottieri di Ranco, un relitto silenzioso che continua a raccontare storie di lago, cinema e avventura.

La tradizione non si è interrotta. Oggi è la nipote Maria, quarta generazione, a portare avanti il Cantiere Nautico Brovelli con rimessaggio, noleggio e la stessa cura artigianale di sempre. Il legno continua a cantare.
Carletto Brovelli non ha soltanto costruito barche: ha costruito sogni che ancora oggi solcano le acque del Verbano. Una storia fatta di resina, sudore, libertà e di quel legame profondo tra l’uomo e il lago che lo ha visto nascere.