Per la prima volta dall’inizio della vicenda dei cinque cedri di viale Aguggiari si apre uno spiraglio concreto. Il proprietario ha dichiarato di essere disposto a salvarli se esiste una soluzione capace di metterlo al riparo dalla responsabilità civile e penale in caso di futuri danni.
Quella soluzione, però, non nasce oggi. L’arboricoltore Giaime Pratella, promotore della petizione che ha raccolto oltre 1.700 firme, l’aveva già illustrata nei giorni scorsi durante il confronto con il sindaco Davide Galimberti, l’assessore Nicoletta San Martino e il dirigente del Verde Pietro Cardani. La risposta del Comune è rimasta invariata: confermare il nulla osta all’abbattimento.
Oggi, però, le parole del proprietario cambiano completamente lo scenario. Per questo la richiesta è una sola: fermare il taglio di tutti e cinque per il tempo necessario a verificare se quella strada sia realmente percorribile.
Proprio alla luce dell’apertura manifestata, Pratella ritiene che oggi esistano le condizioni per tentare davvero di salvare i cedri. La soluzione che propone prevede un percorso tecnico preciso: un’ispezione in quota eseguita da arboricoltori certificati, indagini strumentali sul legno e una valutazione biomeccanica delle branche considerate più critiche. Solo dopo questi accertamenti si valuterebbe l’eventuale installazione di sistemi di consolidamento dinamico, speciali cavi che permettono all’albero di muoversi naturalmente ma trattengono eventuali branche in caso di cedimento. Si tratta di tecniche previste dagli standard europei di arboricoltura e utilizzate proprio per conservare alberi di pregio quando il rischio riguarda parti della chioma e non l’intera pianta.
Secondo Pratella, per fugare ogni dubbio potrebbe essere coinvolto anche Luigi Sani, professionista specializzato nella valutazione di stabilità degli alberi, autore di manuali e pubblicazioni di riferimento nel settore. Un ulteriore parere contribuirebbe a definire in modo definitivo il quadro tecnico.
Ed è qui che nasce una domanda inevitabile. Se un approfondimento di questo livello era possibile, perché non è stato proprio l’Ufficio Tutela Ambientale del Comune a richiederlo? Prima di autorizzare l’abbattimento di alberi che producono un beneficio per l’intera collettività, dovrebbe essere l’amministrazione a pretendere che ogni alternativa tecnica venga esplorata fino in fondo. Perché autorizzare il taglio è certamente la strada amministrativamente più semplice. Più difficile, ma anche più coerente con il ruolo di un Ufficio Tutela Ambientale, è verificare se esista un modo per conservare quel patrimonio senza rinunciare alla sicurezza.
Anche il quadro normativo italiano contribuisce a spiegare questa vicenda. L‘articolo 2051 del Codice civile attribuisce al proprietario una responsabilità molto ampia per gli eventuali danni causati dall’albero, rendendo comprensibile la scelta dell’abbattimento come forma di tutela. La legge, però, non impone che sia questa l’unica strada e lascia alle valutazioni tecniche la gestione del rischio. Ed è proprio qui che il caso dei cinque cedri potrebbe aprire un dibattito più ampio: il rischio zero non esiste, ma oggi la moderna arboricoltura dispone di strumenti per ridurlo. Forse è arrivato il momento di chiedersi se anche il quadro normativo non debba evolversi, affinché chi conserva un grande albero adottando tutte le migliori pratiche disponibili non si senta comunque costretto a tagliarlo per paura delle responsabilità.
C’è infine un equivoco che questa vicenda ha contribuito ad alimentare. Non si tratta di difendere cinque alberi perché “belli” o perché qualcuno vi è affezionato. Il loro valore è ecosistemico, paesaggistico e storico. Le loro chiome assorbono anidride carbonica e polveri sottili, mitigano il calore urbano, trattengono l’acqua piovana, favoriscono la biodiversità e rappresentano un patrimonio costruito in oltre un secolo. Sono infrastrutture verdi, prima ancora che elementi ornamentali.
Proprio per questo, oggi che anche il proprietario si dice disposto a valutare una soluzione alternativa, fermarsi qualche giorno per verificarla non appare una sconfitta per nessuno. Anzi, potrebbe segnare un cambio di prospettiva: non discutere più di quanti cedri sacrificare, ma verificare fino in fondo se sia possibile conservarli tutti. Potrebbe diventare il primo passo verso un approccio diverso: uno in cui il patrimonio arboreo non venga considerato soltanto un potenziale problema da eliminare, ma un bene da conservare ogni volta che la tecnica lo rende possibile. È una riflessione che riguarda questi cinque cedri, ma anche il futuro della Città Giardino.