Amori, canti, cavalli e leggende della sagra di Sant’Antonio Abate

di Luigi Bombaglio

Io ho fatto in tempo a vederle o, se non le ho viste, ne ho sentito parlare talmente tante volte da sembrarmi di averle viste proprio con i miei occhi. Parlo delle coppie di coniugi che si facevano benedire alla Motta per la sagra di S. Antonio: c’era prima la messa e poi la benedizione.

Loro, le coppie di coniugi, venivano da ogni parte ed affollavano la chiesa: le donne con le spadine in testa ed il grembiule a ricami colorati sopra la gonna e gli uomini in abito scuro, probabilmente, anzi certamente, lo stesso che indossavano il giorno delle nozze. Per la cerimonia in chiesa non uomini di qui e donne di là, come usava, ma coppie di sposi di qui e di là.
Il Santo era solito impartire la sua speciale benedizione a tre categorie di beneficiari: i coniugi, i fidanzati già fatti o in fieri e gli animali. La prima, quella delle coppie già consacrate, è andata in disuso da tempo. È scomparsa, per seconda, quella degli animali, dei cavalli in particolare.

Un sacerdote, dopo la prima messa (ore incredibili, magari le cinque) alla fine dell’ufficio usciva sul sagrato e benediva i cavalli allineati ordinatamente. I quali, ordinatamente, subito dopo, lasciavano la piazza libera per le cerimonie e le manifestazioni popolari. È durata più a lungo e, più o meno segretamente, dura ancora la benedizione di S. Antonio ai fidanzati ed aspiranti tali.

Ma altra cosa importante, spesso prodigiosa, era la facoltà del Santo di far trovare, alle ragazze che glielo chiedevano con devozione, lo sposo. C’era addirittura un canto, che vorrei chiamare paraliturgico, così:

Sant Antoni generos
famm trovà on bel moros.

Pare fosse stato inventato dalle ragazze di Casbeno che osavano tanta confidenza col Santo per pretese ragioni di competenza territoriale. La malignità delle ragazze ravisciatt (Biumo Inferiore) e cavallasc (Biumo Superiore) aveva messo in giro la voce che il canto delle vergini casbenesi venisse completato dalle loro madri, future suocere, tacitamente così:

se l’è brütt saress assée
ch’el gh’avess tanti danée.

Ma non era solo la benedizione per il proprio matrimonio o per il proprio cavallo, o per trovare lo sposo che si chiedeva a S. Antonio perché aveva, ed ha ancora, la facoltà, lungo tutto l’arco dell’anno, di far trovare gli oggetti smarriti. Con una preghiera e un modesto obolo potevi, e puoi, ritrovare qualsiasi cosa.

Sant Antoni, barba bianca
famm trovà quel che me manca.

In cambio di tutti questi interventi generosi il Santo si accontentava di vedere la chiesa prima e la piazza poi piene di gente serena. Di gente che, dopo la messa, si muovesse spensierata tra le bancarelle dei fichi secchi, dei torroni e dei classici pessitt, quei pesciolini secchi e salati che non si possono chiamare con altro nome che pessitt de Sant Antonio.

La notte prima della sagra tutti erano stati svegli fin tardi intorno al falò che rallegrava e riscaldava i fedeli del Santo: lui ne godeva e non risulta che se ne avesse a male del fatto che quella gran scena del fuoco si chiamasse in bosina brusag la barba a Sant Antoni. La festa è di metà gennaio, gran freddo; i pessitt sono salatissimi, gran sete; le grida e i canti seccano l’ugola: tutte cose che conciliano il grappino e il fiasco di vino. E Sant’Antonio, almeno nel giorno della sagra, chiudeva un occhio e benediva anche questo.

Non ha mai smentito del resto quel suo carattere conciliante, bonario, tanto alla mano che se gli si attribuiscono tante cose buone e felici interventi naturali, non gli si accreditano, almeno nell’ambiente locale, miracoli clamorosi e teatrali.
Solo una volta, secondo la leggenda popolare, avrebbe travalicato i confini del razionale ma non vi sono prove concrete: anzi ragioni di possibile maldicenza da una parte e di possibili interessi commerciali da un’altra possono far dubitare del fatto così come tramandato.

Una ragazza, giustamente o ingiustamente chiacchierata, sta pregando tutta assorta nel tempio. È sola (ma se è sola chi può aver riferito la cosa?). Il Santo scende, leggero come una piuma, dalla mensola che lo regge in facciata del tempio, si fa piccolo per passare sotto la porticina, entra in chiesa e, senza un fruscio, si avvicina alla implorante per sussurrarle all’orecchio: “io posso interessarmi per i primi tre fidanzati, dal quarto in avanti si fa un’inserzione sulla Prealpina”.
Lieve come è entrato esce dalla chiesa e con un saltino da niente riprende posizione là dove lo vediamo tutti i giorni.

Eppure il fatto, se è successo, deve essere abbastanza recente perché prima lui, Sant Antonio, stava dentro, non fuori dalla chiesa.

Tratto da libro: Luigi Bombaglio – Varese che sfugge – Edizioni LATIVA – 1983