Il fuoco ha preso subito, netto, deciso. Ma insieme alle fiamme, dalla pira del Falò di Sant’Antonio si è alzato anche un fumo nero e compatto, che per alcuni minuti ha avvolto Piazza della Motta prima di disperdersi nel cielo freddo di gennaio. Nella tradizione popolare, i due segnali vanno letti insieme: un fuoco che parte senza fatica indica slancio e forza, mentre il fumo scuro racconta ciò che brucia più lentamente, nodi che resistono, questioni che chiedono tempo. Un anno che si mette in moto, ma non in modo semplice.
Alle 21 in punto, mentre le campane accompagnavano il rito e la piazza si stringeva in un silenzio collettivo raro da vedere, il grande intreccio di legna ha iniziato a crepitare sotto gli sguardi dei varesini. Un momento breve e intensissimo, in cui la città sembra fermarsi per ascoltare qualcosa di antico: il suono secco del legno che brucia, il calore che arriva al viso, i desideri affidati alle fiamme senza troppe spiegazioni.
Ad accendere ufficialmente il fuoco non sono stati solo i Monelli della Motta, storici custodi della tradizione: quest’anno sul palco di fuoco sono saliti anche i giocatori della Openjobmetis Varese, fra cui Matteo Librizzi, Elisee Assui e Olivier Nkamhoua, scelti per suggellare il legame tra la città e il suo sport più amato. E non è mancato il tocco istituzionale: tra le autorità presenti c’erano l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, e il sindaco di Varese, Davide Galimberti, che hanno condiviso con la piazza un gesto semplice ma intenso, tra sacro e profano
La serata è poi scivolata via con la naturalezza delle tradizioni che resistono: famiglie, gruppi di amici, anziani che raccontano com’era una volta e bambini immobili davanti al fuoco, ipnotizzati da qualcosa di primordiale. Intorno, il profumo delle salamelle, le luci calde delle bancarelle, il brusio continuo di una piazza viva.
Ma il falò di quest’anno ha mostrato anche il suo lato più delicato. La sicurezza non è stata solo una cornice organizzativa: ha cambiato il modo di stare nella piazza. Varchi, transenne, percorsi obbligati hanno ridisegnato lo spazio e, inevitabilmente, la partecipazione. Il dato è chiaro: circa cinquecento persone in meno rispetto alle edizioni precedenti hanno potuto assistere dal vivo all’accensione.
Non abbastanza da spegnere il rito, ma abbastanza da farlo percepire diverso. Più ordinato, più protetto, anche più fragile. Il falò ha bruciato alto lo stesso, come sempre. La domanda è rimasta sospesa nell’aria insieme al fumo: quanto può allontanarsi una tradizione prima di smettere di essere davvero di tutti? Non è una risposta che spetta al fuoco. È una scelta della città.