Andiamo in centro? No, andiamo “in Varese”

di Marco Tavazzi

Elegia dell’urbe prealpina dai sette colli, diventata capoluogo di provincia, ma rimasta intatta nella sua bellezza di storico borgo antico.

Esattamente come Roma, Varese condivide questa peculiarità, almeno fino a quando il territorio comunale coincide con l’antico borgo.

Dopo il 1927 (l’anno prossimo ricorre, ricordiamolo, il centenario dell’istituzione della provincia di Varese e di Varese capoluogo), nasce la nuova città, inglobando i comuni autonomi circostanti. 

Ma la “vecchia Varese”, la cittadina circondata dal Vellone la cui piazza centrale era piazza Porcari e non ancora piazza Monte Grappa, continua a vivere nell’immaginario comune la sua natura di paese.

“Andiamo in Varese” si diceva quand’ero ragazzo, e si continua a dire tuttora, partendo dai rioni come Masnago. Non si dice andare in centro, si dice andare in Varese.

E mio nonno, siciliano trapiantato nella Città Giardino, che riposa – o meglio, le sue spoglie riposano – all’ombra della Torre di Velate, nella “sua” Varese, ogni mattina andava in Varese, prendendo da via Vellone la corriera in direzione del centro. Si recava a messa nella centralissima chiesa di San Giuseppe, dove celebravano la funzione ogni mattina, e quindi a fare la spesa nelle botteghe di una volta, in particolare in via Avegno dal mitico lattaio, che anch’io da bambino ho fatto in tempo a conoscere. Prima che i negozi di una volta fossero spazzati dai cambiamenti che possiamo definire, senza esagerare, epocali. 

I negozi di vicinato di una volta, i miei nonni, li hanno avuti a lungo anche sotto casa, senza bisogno di andare in centro, pardon, in Varese. Erano presenti ben due attività a poche decine di metri di distanza, nella via Vellone, tra lo stadio e il colle di Velate, dove la piccola Avigno cresceva sempre di più nei decenni centrali del 1900. Erano case popolari, ma circondate dal verde, a misura d’uomo, lontane dai casermoni asfissianti che avrebbero dominato la scena italiana nei decenni successivi. Lì vicino, percorrendo la via Pista Vecchia, si arrivava al quartiere “degli Istriani”, perché abitato da chi era stato costretto a fuggire dalla persecuzione titina. Varese ha sempre accolto e si è accresciuta grazie a chi veniva da fuori, ma si integrava non solo nella vita, ma anche nello spirito varesino.

Le aree verdi comunali attorno alle case avevano anche giochi per bambini, dove noi nipotini dei primi abitanti del quartiere giocavamo. Oggi quei giochi sono perlopiù scomparsi. Rovinati dal tempo e pericolosi, sono stati giustamente tolti, ma mai sostituiti. 

È anche così che si perde quel poco che rimane della vivibilità dei quartieri.

Così come nel centro storico, nell’antico borgo, si è persa progressivamente la vivibilità di zone un tempo “centrali” nell’esistenza dei cittadini e oggi, purtroppo, sempre meno frequentate. Il nostro Andrés ha ben evidenziato le problematiche, e le approfondirà nelle prossime puntate, citando un esempio ben evidente.

Percorrendo le strade di Varese, ancora oggi, sento qualcosa di magico. La città non è muta, racconta attraverso le facciate degli antichi palazzi e i vicoli secolari del suo cuore storico la propria esistenza, le vicende che l’hanno animata e i volti dei protagonisti, sia quelli noti sia coloro che la storia non menziona ma di cui la città non si è dimenticata, sembrano esser ancora presenti lungo quelle vie. 

Perché una città non è solo asfalto e mattoni, è colma dei sentimenti – del comune sentire – di chi la vive giorno per giorno, passo dopo passo, percorrendo e ripercorrendo quelle strade che sono il nostro mondo.