di Valentina Fumagalli
Le piste ciclopedonali tornano ciclicamente al centro del dibattito cittadino. Succede anche oggi, con nuovi tratti in realizzazione che riaccendono domande ricorrenti: funzioneranno? Saranno davvero usate? A Varese, però, per capire il tema serve guardare anche al passato e alla forma della città.
Varese ha una forte identità ciclistica, nata prima di tutto dallo sport. Dal 1919, con la Tre Valli Varesine, le sue strade diventano terreno di sfida per i professionisti. Qui si disputano due Mondiali di ciclismo, nel 1951 e nel 2008, e da questo territorio arrivano campioni come Luigi Ganna, vincitore del primo Giro d’Italia nel 1909, Claudio Chiappucci, simbolo del ciclismo combattivo degli anni Novanta, e Ivan Basso, due volte vincitore del Giro.
Questa tradizione racconta una bicicletta fatta di fatica e prestazione, non di comodità. E aiuta a capire un punto spesso semplificato nel dibattito: Varese non è solo una città in salita.
In centro, infatti, molti tratti realizzati o progettati sono relativamente pianeggianti. Il problema, semmai, è che le piste corrono lungo arterie principali, viali molto trafficati, pensati storicamente per la scorrevolezza delle auto più che per la mobilità lenta.
Lo si vede nei collegamenti centrali, come quelli che portano verso la ciclopedonale del lago o lungo via XXV Aprile: percorsi riconoscibili, ma inseriti in contesti di traffico intenso. Non è tanto la pendenza a scoraggiare l’uso quotidiano, quanto la percezione di scarsa continuità e di convivenza difficile con il traffico.
Fuori dal centro, invece, la questione cambia: i tracciati verso quartieri come Sant’Ambrogio o Masnago scontano davvero il dislivello, diventando di fatto praticabili soprattutto da ciclisti allenati o da chi utilizza biciclette a pedalata assistita.
A tutto questo si aggiunge un dato concreto: Varese è una città che corre. È una città di pendolari, di orari serrati, di spostamenti concatenati. Usare la bici per andare al lavoro, fare la spesa, accompagnare i figli a scuola o agli allenamenti richiede tempo, organizzazione e condizioni favorevoli che non sempre ci sono.
Il PUMS del Comune prova a dare una risposta, disegnando una rete ciclopedonale lungo assi come viale Belforte, Aguggiari, Valganna, Borri ed Europa, collegati alla ciclopedonale del lago, che resta l’esperienza più riuscita perché pianeggiante, continua e separata dal traffico.
Forse il senso delle discussioni di oggi sta tutto qui: Varese ha una grande cultura ciclistica, ma è una cultura nata per affrontare le salite, non per semplificare la quotidianità. Riconoscerlo è il primo passo per progettare piste più coerenti con la città reale.