Caldo anomalo (e artisti e poeti)

" Mino Maccari" Foto di Giuseppe Bortoluzzi

di Andrea Bortoluzzi

Scendendo da Luvinate verso il lago di Varese seguendo il torrente Tinella ci si imbatteva in una villa hollywoodiana anni sessanta tutta marmi, saloni, grandi vetrate e specchi. Era la casa di Dino e Rachele Bellora. A me bambino piaceva saltare da una lista di marmo nero ad una di marmo bianco del grande ingresso vigilato da un maggiordomo in uniforme.

Il sole di agosto era accecante, i pavimenti di marmo delle grandi sale non ne mitigavano il calore bruciante anzi lo mutavano in umido soffocante. Le imposte erano chiuse e nella penombra entravo di soppiatto nel “Guttusario” una grande stanza alle cui pareti erano appese imponenti opere di Renato Guttuso, il maestro di Bagheria acquistate, diceva papà con la sua proverbiale ironia, “al metro”.

Rachele offriva a noi bambini merende sontuose e sul prato che guardava al lago, un prato quasi calcinato dal sole, su una sedia in tela da regista stava a contemplare Alpi e Lago, portando in testa un cappelluccio di paglia e alla bocca la sua diuturna sigaretta, Eugenio Montale ospite spesso a Luvinate. Il suo “meriggiare pallido e assorto” su quel prato, in cui stava solitario, era rotto da poche taglienti ironiche parole con cui si rivolgeva agli astanti e che davano all’insieme, lui, il prato, i marmi della Villa e il “Guttusario”, l’idea del set di un film in cui da impareggiabile regista di se stesso girava il suo “ codesto oggi possiamo dirti ciò che non siamo ciò che non vogliamo”.

Se si prendeva la strada da Poveromo al Cinquale, appena arrivati all’aeroporto da cui si libravano in volo verso le Apuane alianti trascinati da vecchi Piper, girata la strada verso il canale di sinistra, stavano una scalcinata cancellata e un cancelletto in ferro che dava ad un intricato e trascurato giardino versiliano, dominato dall’odore della resina dei pini che si disfaceva al sole e da qualche agave malconcia.

Ci arrivavamo in bici accaldati dall’asfalto che si liquefaceva al sole. Mia madre entrava quasi in punta di piedi con le sue ballerine leggere su quel terreno sabbioso e bussava, ardita come solo lei sapeva, all’uscio della casa che stava nel giardino. Ne usciva una specie di orco con le folte sopracciglia, il viso così abbronzato da parere nero, i pantaloni sdruciti e una camicia di più giorni. L’orco era Mino Maccari il pittore, incisore, scrittore e poeta.

Noi ci tenevamo da lui a dovuta distanza per paura che ci azzannasse, mentre mamma e papà venivano intrattenuti con istrionico distacco da Mino che si lamentava di essere stato svegliato nel suo riposo pomeridiano dal vociare di noi tre e della inopportunità di una visita non annunziata. Poi dopo essersi lamentato e aver graffiato a dovere gli ospiti, offriva a noi piccoli un bicchiere d’acqua che ci pareva manna del cielo in quel giardino desertico tutto sabbia e sole. L’orco dunque era buono.

Era buono non solo con noi: donava sempre ad ogni visita a mamma e papà, prima che si congedassero, un pezzo di sé: che fosse una china, un colore, un foglio gualcito su cui scarabocchiava il ritratto dei visitatori sotto una ironica cambiale creata di suo pugno, in cui il padre di famiglia si dichiarava debitore, con firma svolazzante e notarile, verso di lui di una mostra a Varese…..