Entrare nelle Cave di Molera della Valle Lanza significa attraversare una soglia invisibile tra il presente e un passato lontanissimo. Il rumore del traffico scompare rapidamente, sostituito dal fruscio delle foglie e dal gorgoglio dell’acqua che accompagna il cammino. Poi, all’improvviso, il bosco si apre e davanti agli occhi compaiono gigantesche pareti di arenaria, pilastri monumentali scolpiti nella montagna e sale sotterranee che sembrano le navate di una cattedrale gotica. È difficile credere che tutto questo non sia opera della natura, ma del lavoro paziente e ostinato di generazioni di uomini armati soltanto di scalpelli, martelli, picconi e straordinaria esperienza.
Tra Malnate e Solbiate con Cagno, nel cuore del Parco della Valle del Lanza, si estende il Monumento Naturale del Sistema delle Cave di Molera, un’area protetta di circa 165 ettari istituita nel 2015 per conservare uno dei più importanti paesaggi di archeologia industriale della Lombardia. Qui geologia, storia, biodiversità e memoria collettiva convivono in un equilibrio raro. È un luogo dove la montagna racconta una storia iniziata quando l’uomo non esisteva ancora e dove ogni parete conserva le tracce di chi, nei secoli, ha contribuito a costruire il volto del Varesotto.
Quando la Pianura Padana era un mare
Per comprendere l’origine di questo paesaggio occorre compiere un viaggio nel tempo di circa 20-25 milioni di anni, fino al Miocene. Dove oggi si estende la Pianura Padana, nel Miocene si apriva un grande bacino marino: un ambiente profondamente diverso dall’attuale pianura, nel quale i fiumi provenienti dalle Alpi depositavano enormi quantità di sedimenti destinati, milioni di anni dopo, a trasformarsi nelle rocce della Gonfolite Lombarda.
Successivamente i fiumi iniziarono un lento ma inesorabile lavoro di erosione, scavando profonde vallate e canyon naturali. Fu proprio questo processo a portare alla luce la pietra molera, una particolare arenaria grigia con sfumature azzurre e giallastre che avrebbe cambiato per sempre la storia economica e architettonica del territorio.
Osservando oggi le pareti delle cave si può leggere, come nelle pagine di un gigantesco libro geologico, la memoria di antichi mari scomparsi, di correnti marine e di eventi sedimentari che si sono succeduti nel corso di milioni di anni.
La pietra che costruì il Varesotto
La molera non fu soltanto una risorsa naturale. Divenne il materiale che contribuì a costruire l’identità stessa del territorio. Il suo impiego è documentato già nell’VIII secolo nelle mura del castrum di Castelseprio. A partire dal Quattrocento divenne uno dei materiali più apprezzati per l’edilizia civile e religiosa dell’area insubre.
La ritroviamo nelle architetture di Castiglione Olona, nella Collegiata, nella Chiesa di Villa e in numerosi edifici storici del Varesotto e del Comasco. Gli artisti toscani chiamati dal cardinale Branda Castiglioni la scelsero per le sue caratteristiche estetiche e per la somiglianza con la pietra tiburtina utilizzata nell’Italia centrale.
Attraverso una complessa rete di trasporti terrestri e fluviali, la pietra molera della Valle Lanza poteva raggiungere i mercati lombardi, sfruttando il sistema del Lago Maggiore, del Ticino e del Naviglio Grande, importanti vie di comunicazione per il trasporto delle merci. Ogni blocco estratto racconta quindi una storia che va ben oltre la Valle Lanza, collegando questo piccolo territorio ai grandi processi economici e urbanistici della Lombardia.
La geometria della pietra: l’arte di estrarre i blocchi
Se oggi le cave affascinano per la loro monumentalità, è impossibile non pensare agli uomini che le hanno create. Entrare nelle antiche cave di Molera significa osservare non soltanto una roccia scavata, ma una vera opera di ingegneria realizzata senza macchinari, attraverso una conoscenza profonda delle caratteristiche della pietra e una straordinaria capacità manuale.
Nel XIX secolo le Cave di Molera raggiunsero il loro massimo splendore. Nel 1873, nel solo comune di Malnate, risultavano attive ben sette cave. Qui lavoravano gli scalpellini locali, i celebri picasass, (in lombardo pica=picchia, colpisce e sass= sasso, pietra) considerati tra i migliori artigiani della regione insieme ai cavatori di Viggiù e Saltrio.
La loro vita era segnata dalla fatica quotidiana. Gli operai specializzati guadagnavano circa due lire al giorno, mentre i manovali ne percepivano appena una. Le giornate trascorrevano tra polvere, umidità e sforzi continui. Eppure, osservando le cave, si comprende immediatamente quanto raffinata fosse la loro tecnica.
Gli scalpellini non combattevano contro la montagna, ma cercavano di assecondarla, sfruttando le sue caratteristiche naturali. La stratificazione della Gonfolite Lombarda, inclinata generalmente tra i 35° e i 40°, guidava la direzione dello scavo.
Il primo intervento consisteva nell’incisione della parete rocciosa con colpi ritmici e precisi venivano realizzati solchi paralleli e regolari, profondi circa 30 centimetri, corrispondenti alla massima penetrazione ottenibile con un singolo ciclo di lavorazione manuale. Questi segni, ancora oggi perfettamente visibili sulle pareti interne delle cave, rappresentano la firma degli uomini che hanno modellato la montagna.
Una volta isolato lo strato utile, il blocco veniva progressivamente liberato seguendo linee geometriche prestabilite. L’estrazione procedeva dall’alto verso il basso e dall’esterno verso l’interno, creando ambienti sempre più profondi. I blocchi ottenuti avevano dimensioni regolari, generalmente circa 2 metri di lunghezza, 60 centimetri di larghezza e 30 centimetri di spessore. Le dimensioni dei blocchi estratti non devono essere considerate una misura casuale, ma il risultato di un preciso equilibrio tra caratteristiche geologiche e necessità operative. Il rapporto proporzionale fortemente allungato del blocco (circa 6,7:2:1) riflette una soluzione comune nelle antiche attività estrattive di pietre sedimentarie: seguire la geometria naturale della stratificazione, massimizzare la resa del banco roccioso e ottenere elementi compatibili con la movimentazione, il trasporto e la successiva lavorazione manuale.
La ricorrenza di moduli dimensionali analoghi in differenti contesti estrattivi, anche geograficamente lontani come la Pirrera di Sant’Antonio a Melilli (Siracusa), suggerisce l’esistenza di una logica comune nelle tecniche tradizionali di coltivazione della pietra: ottenere blocchi sufficientemente grandi da avere valore costruttivo, ma compatibili con i limiti imposti dall’estrazione manuale e dal trasporto preindustriale.
Durante l’avanzamento dello scavo non tutta la massa rocciosa veniva asportata. In diversi settori delle cave venivano lasciati setti e porzioni di arenaria in posto, elementi fondamentali per garantire la stabilità degli ambienti sotterranei e prevenire cedimenti della volta. Queste strutture residue, nate da esigenze tecniche e di sicurezza, contribuiscono ancora oggi a definire l’aspetto suggestivo delle cavità, dove il lavoro umano e la struttura naturale della roccia si fondono in un unico paesaggio.
Il risultato finale era un paesaggio sotterraneo sorprendente: grandi sale con soffitti inclinati e corridoi che ricordano architetture costruite dall’uomo. In realtà erano il risultato di un equilibrio perfetto tra conoscenza geologica, necessità produttive e prudenza ingegneristica.
L’attività dei picasass richiedeva quindi non soltanto forza fisica, ma anche esperienza, capacità di lettura della roccia e una profonda conoscenza dei suoi comportamenti. Ogni blocco estratto era il risultato di un dialogo continuo tra uomo e montagna, un rapporto nel quale la pietra non veniva semplicemente rimossa, ma interpretata e accompagnata nella sua trasformazione.



Le brille: la pietra al servizio del riso
La fama della molera era legata soprattutto alla produzione delle cosiddette brille, speciali mole utilizzate per la brillatura del riso.
Fu l’intuizione imprenditoriale di Gaetano Ermoli, a partire dal 1870, a trasformare questa attività in un settore di grande importanza economica. Ogni anno dalle cave uscivano migliaia di mole destinate alle riserie della Pianura Padana e numerosi strumenti per l’affilatura di utensili e lame.
Per decenni il lavoro degli scalpellini della Valle Lanza contribuì indirettamente a una delle produzioni agricole più importanti del Nord Italia, dimostrando come un piccolo territorio potesse essere inserito in una rete economica di vasta scala.
L’acqua, i mulini e il battito della valle
Se la pietra era la ricchezza nascosta nel sottosuolo, l’acqua era il motore che alimentava la vita della valle. Lungo il torrente Lanza e successivamente lungo il fiume Olona sorsero numerosi mulini e opifici che per secoli rappresentarono il cuore produttivo della comunità locale.
Tra questi spiccano il Mulino Bernasconi, attivo dal 1850, e soprattutto il Mulino del Trotto, documentato fin dal XVII secolo e ancora oggi caratterizzato dalla presenza di tre imponenti ruote idrauliche.
I mulini non erano soltanto luoghi di lavoro. Erano punti di incontro, centri di scambio di conoscenze e depositari di una cultura popolare tramandata di generazione in generazione.
Le ragnatele che curavano le ferite
Tra le tradizioni più sorprendenti legate ai mulini vi è quella dell’utilizzo delle ragnatele come rimedio terapeutico. Nei locali di macinazione le ragnatele non venivano eliminate. La farina dispersa nell’aria si depositava progressivamente sulla loro superficie e, grazie all’umidità costante degli edifici situati lungo il corso d’acqua, favoriva la crescita spontanea di muffe e microrganismi.
Queste antiche ragnatele, costituite da sottilissimi fili di seta prodotti dal ragno e ricoperte dalla polvere di farina e dalle muffe sviluppatesi nell’ambiente umido dei mulini, venivano raccolte e utilizzate come rimedio tradizionale sulle ferite.
I mugnai non conoscevano l’esistenza dei batteri né il concetto di antibiotico, eppure stavano sfruttando inconsapevolmente le proprietà antibatteriche prodotte da alcuni funghi. In modo empirico anticipavano i principi scientifici che avrebbero portato Alexander Fleming, molti anni più tardi, alla scoperta della penicillina.
Le cronache popolari ricordano tuttavia che il rimedio emanava un intenso odore di muffa e veniva spesso descritto come qualcosa che “puzzava di vecchio”. Un dettaglio che rende ancora più affascinante questa straordinaria pagina di medicina tradizionale.
Il treno della pietra
Per secoli il trasporto dei materiali rappresentò una delle principali difficoltà dell’attività estrattiva. La svolta arrivò nella seconda metà dell’Ottocento con la costruzione della Ferrovia della Valmorea.
La linea collegava Castellanza a Mendrisio seguendo il corso dell’Olona e consentiva di movimentare rapidamente merci e materiali, favorendo lo sviluppo industriale della valle e rafforzando i rapporti economici con il Canton Ticino.
Oggi il vecchio tracciato ferroviario, ormai in parte avvolto dalla vegetazione e in parte divenuto una pista ciclopedonale molto frequentata regala ai visitatori un’atmosfera sospesa nel tempo. Camminando lungo i binari dismessi si ha la sensazione di trovarsi all’interno di una pellicola cinematografica, in un paesaggio che ricorda le suggestioni del film Stand By Me.
Non lontano, a Viggiù, una piccola ferrovia Decauville collegava dal 1912 le cave ai tram locali, arrivando a trasportare oltre quattromila tonnellate di materiale all’anno.
Quando la natura si riprese la montagna e diviene un santuario di biodiversità
L’inizio del Novecento segnò il tramonto dell’industria della molera. Lo smeriglio naturale e, successivamente, gli abrasivi sintetici si dimostrarono più efficienti e competitivi.
Le cave vennero progressivamente abbandonate. Ma ciò che per l’uomo rappresentò una fine, per la natura fu un nuovo inizio.
Nel giro di pochi decenni le gallerie, le sale di estrazione divennero habitat ideali per numerose specie animali e vegetali. Là dove un tempo risuonavano i colpi degli scalpelli, oggi si percepiscono soltanto il battito d’ali di un pipistrello, il richiamo di un rapace o il lento gocciolare dell’acqua dalle pareti.
Oggi il Monumento Naturale del Sistema delle Cave di Molera costituisce uno dei più importanti corridoi ecologici tra Lombardia e Canton Ticino. Le cavità sotterranee, grazie al loro microclima fresco e umido, ospitano specie di elevato interesse naturalistico come la Salamandra salamandra, la Rana latastei e la Rana dalmatina.
Anche il paesaggio forestale circostante presenta caratteristiche di grande valore. Sul versante varesino predominano acero-frassineti, boschi di carpino e residui di antichi querceti autoctoni. Sul lato comasco risultano invece più diffusi i robinieti, sviluppatisi in seguito alle trasformazioni antropiche e ai tagli effettuati per la manutenzione delle linee elettriche.
Cervi, cinghiali, volpi, rapaci notturni e numerose specie di pipistrelli hanno trasformato le antiche miniere in un rifugio sicuro, dimostrando come la natura sia capace di riconquistare e reinterpretare gli spazi creati dall’uomo.
Un futuro da costruire
Le Cave di Molera possiedono tutte le caratteristiche per diventare uno dei principali poli di geoturismo e archeologia industriale della Lombardia. Le Grotte del Caglieron, nel Trevigiano, rappresentano un esempio virtuoso di valorizzazione attraverso passerelle sospese e percorsi didattici. Un altro caso particolarmente interessante è quello della Pirrera di Melilli, in provincia di Siracusa, dove una grande cava di pietra calcarea è stata trasformata in un auditorium naturale e in uno spazio dedicato alla cultura e agli eventi.
Anche la Valle Lanza potrebbe sviluppare un progetto integrato che comprenda percorsi geologici, itinerari paleontologici, visite guidate, musealizzazione delle tecniche estrattive, recupero della memoria ferroviaria e iniziative culturali capaci di coinvolgere scuole, università, associazioni e visitatori.
Una passeggiata lunga venticinque milioni di anni
Le Cave di Molera non sono semplicemente un’antica area estrattiva. Sono una straordinaria macchina del tempo. Ogni strato di roccia racconta la storia di un mare scomparso. Ogni pilastro testimonia la fatica dei picasass. Ogni sentiero attraversa un paesaggio modellato dall’incontro tra processi naturali e lavoro umano.
Camminare oggi tra Malnate, Cagno e la Valle del Lanza significa percorrere un itinerario lungo venticinque milioni di anni, un viaggio che attraversa il mare del Miocene, l’epopea degli scalpellini, il mondo dei mulini, la storia delle ferrovie e la rinascita della biodiversità.
E quando l’escursione termina, magari davanti a un piatto di asparagi bianchi di Cantello, eccellenza gastronomica che ogni primavera richiama visitatori da tutta la Lombardia, si comprende che questo territorio non custodisce soltanto rocce e boschi. Custodisce una memoria collettiva fatta di lavoro, ingegno, paesaggio e identità.
Proteggere il Sistema delle Cave di Molera significa dunque conservare uno dei più affascinanti racconti del Varesotto: una storia nella quale acqua, pietra, natura e uomo continuano, ancora oggi, a dialogare attraverso il tempo.
Biobliografia
Pubblicazioni scientifiche e geologiche
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Fonti istituzionali e documentazione territoriale
Parco Valle del Lanza
Parco Pineta di Appiano Gentile e Tradate
Regione Lombardia – Geoportale
Provincia di Varese
Comune di Malnate
Comune di Solbiate con Cagno
Sitografia consultata
ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
Società Geologica Italiana
Ministero della Cultura
FAI – Fondo Ambiente Italiano