di Valentina Fumagalli
Per molti varesini la caserma Garibaldi non è solo un edificio: è un pezzo di biografia. Ancora oggi qualcuno, passando sotto gli archi, si commuove ricordando i compagni partiti dalle camerate per il fronte e mai più tornati.
Una lettera del 2014 descrive un graffito inciso su una balaustra al primo piano da un ragazzo del ’99, pronto a partire per la Grande guerra. Da quelle mura sono passati ragazzi diretti alle trincee alpine del 1915-18 e poi ai lunghi fronti della Seconda guerra mondiale, dal gelo di Nikolajewka al deserto di El Alamein e alle spiagge di Cefalonia.
Ma la caserma è stata anche luogo di vita quotidiana. In un recente reportage, due figli del penultimo colonnello che vi ha prestato servizio raccontano l’infanzia trascorsa lì: «Aprivamo la finestra e vedevamo un carro armato parcheggiato nel cortile… Per entrare dovevamo esibire la carta d’identità, così come parenti e amici. I compagni di scuola facevano a gara per venire a studiare da noi».
Fino agli anni Settanta la struttura funziona “a pieno regime”, poi diventa sede staccata del 67° Reggimento fanteria “Legnano” e infine deposito militare. In seguito ospita alcune associazioni di ex combattenti: un uso minimo, ma sufficiente a mantenere un filo tra il manufatto e chi lo sente ancora come “sua” caserma.
Intorno, nel frattempo, cambia la scena urbana: la piazza mercato si trasforma in parcheggio, poi in grande vuoto urbano su cui si affacciano il centro commerciale e il teatro. La caserma, chiusa e sempre più degradata, diventa sfondo di narrazioni sulla “decadenza” del centro, ma anche oggetto di affetto e rivendicazione: c’è chi chiede di salvarla, chi la definisce “una schifezza” da abbattere, chi la immagina come sede di polizia locale e Guardia di Finanza per presidiare un’area sentita come insicura.
Oggi il cantiere riporta al centro della discussione proprio il ruolo sociale di questo luogo. Il progetto della “Corte dei libri” pensa il vecchio cortile dell’alzabandiera come spazio aperto alla città, dove si tengono letture, eventi, attività per bambini. È un ribaltamento potente: dal cortile delle adunate al giardino della condivisione culturale.
Se il polo culturale manterrà le promesse, la caserma potrebbe diventare uno dei pochi luoghi in grado di mettere in relazione generazioni diverse: i reduci che ancora la ricordano come presidio militare, le famiglie che l’hanno abitata, gli studenti che verranno a studiare tra le sue sale, i bambini che scopriranno qui il piacere dei libri.
Il rischio, come sempre, è che lo spazio resti bello ma poco vissuto. Il potenziale, invece, è quello di fare della Garibaldi una cerniera sociale tra piazza, quartieri limitrofi e mondo della scuola e dell’università. Dipenderà da come la città saprà occuparsene, giorno per giorno, una volta chiusi i cantieri.