Il fango di Ispra: la battaglia della Guazzera nel 1276

di Davide Sottocasa

Il nome del torrente tradisce tutto.

Guazzera, dal guazzo: un terreno così fangoso da sembrare quasi una palude.

Oggi lo chiamiamo Quassera, o semplicemente Quassa, e segna il confine tra Ranco e Ispra, dove la pianura si apre verso il lago.

Ma nel 1276, su quel fango, si decise una delle partite più cruente della guerra che stava strappando Milano a due famiglie.
La guerra era quella tra i Torriani e i Visconti. Da un lato Napo della Torre, signore di Milano, che teneva la città con la forza e il consenso. Dall’altro l’arcivescovo Ottone Visconti, scomunicato, esiliato, ma deciso a riprendersi il potere con le armi. Tra i due, un decennio di assedi, tradimenti e battaglie.

E nel 1276, mentre Ottone tentava di sbarcare ad Angera con tremila o quattromila uomini per prendere la rocca, Napo reagì mandando il figlio Cassone con cinquecento cavalieri tedeschi, forniti dall’imperatore Rodolfo d’Asburgo. L’assedio alla rocca cominciò subito.

Da Arona, sulla sponda opposta del lago, dove i Visconti controllavano tutto, il capitano Goffredo da Langosco decise di non aspettare. Sbarcò a nord, nel Seprio, e mosse verso sud per sorprendere Cassone alle spalle e liberare Angera.

Le sue truppe venivano dal territorio isprese: proprio da qui, da nord, scesero verso la piana del Guazza.
Cassone aveva preso posizione nella pianura del torrente, vicino alla riva del lago. I tedeschi stavano ancora approntando l’accampamento quando arrivarono i Visconti.

Goffredo colse il momento: attaccò di sorpresa, superò di slancio il rio, e nel primo impeto cadde Hans Lauser, il capo dei tedeschi. Forse per mano dello stesso Goffredo.
Ma fu un errore fatale. Langosco non aveva protetto le spalle. E a mezzo miglio più a sud, Napo della Torre era arrivato con un esercito di diecimila uomini, di cui i Visconti non sapevano nulla. Scoperti alle spalle, i cavalieri di Cassone si riorganizzarono: una manovra a tenaglia da est e da ovest, poi anche da nord. I Visconti furono ricacciati oltre il rio, poi accerchiati negli acquitrini della piana. Lì, nel fango, non c’era più via di fuga.

Fu un massacro.

Goffredo cadde con il cavallo vicino al torrente, fu circondato e catturato. Con lui Tebaldo Visconti, nipote dell’arcivescovo, e altri trentaquattro nobili ufficiali. I superstiti fuggirono.
Angera tornò ai Torriani. Anche Arona, che sembrava salva, cadde di nuovo nelle loro mani.
I prigionieri furono portati a Gallarate, lungo la strada che univa Milano ad Angera, e lì decapitati.
Tra loro Goffredo e Tebaldo.

La vendetta, però, non tardò: l’anno dopo, a Desio, il ventuno gennaio 1277, Ottone Visconti colpì di notte e stravolse tutto. Francesco della Torre fu ucciso, Napo fatto prigioniero e lasciato morire nella torre del Castel Baradello a Como. E si racconta che il giovane Riccardo di Langosco, fratello di Goffredo, fosse pronto a decapitare Napo sul campo, se l’arcivescovo non avesse alzato la mano per fermarlo.

Oggi, sui ruderi del Castello di San Cristoforo, in cima al colle che domina il centro di Ispra, si può ancora guardare giù verso quella piana. Il fango non c’è più. Ma il nome del torrente resta, e con lui la memoria di una battaglia che Ispra non ha mai dimenticato.