di Cesarina Briante
Si racconta che, in uno stallo, il tipico grande cortile lombardo composto da abitazioni e stalle di molte famiglie, della provincia di Varese vivesse una famiglia povera. Il padre era un uomo che lavorava il legno: aggiustava sedie, porte e piccoli mobili, ma quell’anno il lavoro era scarso. Per non far mancare almeno il pane ai suoi figli, decise di partire per cercare fortuna altrove.
E un tempo, quando si partiva, non si sapeva la data del ritorno: non esistevano cellulari né mezzi telematici, ma solo la fiducia e la fede.
La moglie rimase sola con i bambini. Il cibo era poco. Ogni giorno divideva ciò che aveva in parti uguali e spesso fingeva di aver già mangiato per lasciare qualcosa in più ai piccoli.
Ma la buona gente del passato non trascurava mai i vicini bisognosi.
Una alla volta, le massaie del cortile bussarono alla porta della donna con discrezione: chi portò un uovo, chi un pugno di farina, chi un cucchiaio di miele, chi un po’ di latte. Nessuna voleva farsi vedere dalle altre. Nessuna voleva che la donna si vergognasse.
Con tutto ciò che aveva ricevuto, la madre decise di preparare un dolce per i suoi bambini. Voleva che quella notte fosse speciale, che la Befana portasse almeno un po’ di magia.
Non aveva stampi da pasticcera, solo un umile coltello. Allora si ricordò che il marito, tempo prima, aveva intagliato delle piccole forme di cammello in legno per sistemare un quadro. Erano sagome semplici, precise, fatte per ricalcare i contorni del disegno.
“Sono perfette per questa festività…” pensò.
Posò le sagome sulla pasta dolce e, seguendo i bordi con pazienza, ricavò tanti piccoli cammelli profumati di miele. Ne fece abbastanza per accontentare i suoi bambini, e altri ancora per i figli delle vicine che l’avevano aiutata. Li avvolse in teli di lino e li lasciò sui davanzali, in silenzio, come aveva visto fare alla Befana quando era bambina.
Quella notte, mentre tutti attorno al camino aspettavano la vecchina dei doni, si sentì bussare. La madre aprì la porta e vide il marito: infreddolito, stanco, ma finalmente a casa.
Nel cortile qualcuno sussurrò: “Sono stati i cammelli a guidarlo nel buio…”. E nessuno rise, perché in quella notte tutto era possibile.
Da allora, in quel cortile, ogni Epifania si prepararono cammelli dolci. La tradizione si diffuse non solo come semplice usanza, ma come gesto di gratitudine: per ricordare che la magia, a volte, passa attraverso le mani delle persone semplici.
Questa è una favola, ma i cammelli di pasta sfoglia sono davvero una tradizione tipica della provincia di Varese.
Si preparano per l’Epifania e possono essere semplici o farciti con marmellata, crema, cioccolato o panna. La loro diffusione è per lo più locale: sono comuni nel Varesotto, a Gallarate, Busto Arsizio, Legnano e dintorni, mentre altrove sono quasi sconosciuti.
Le origini non sono documentate, ma si ritiene che la forma del cammello richiami le cavalcature dei Re Magi, simbolo del viaggio verso Betlemme.
Per questo motivo, il cammello di sfoglia è considerato un dolce augurale, legato alla festa del 6 gennaio e alla memoria dell’Epifania.