di Cesarina Briante
Nel Varesotto l’Epifania conserva un carattere tutto suo. La Befana, infatti, non nasce come figura folcloristica: il suo nome deriva dal greco epipháneia, “manifestazione del divino”, e nella tradizione cristiana questa manifestazione è rappresentata dai Magi.
Accanto a questa dimensione religiosa, però, vive un’immagine popolare molto più antica, fatta di racconti, leggende e riti d’inverno.
Le storie sulla Befana sono molte: in alcune è una donna che non seguì i Magi e poi si pentì; in altre passa nelle case per portare frutta secca e controllare che tutto sia in ordine; altrove rappresenta l’anno vecchio che si consuma per lasciare spazio al nuovo.
Sono varianti diverse di una stessa figura femminile che attraversa le notti più fredde dell’anno.
Questa Befana popolare conserva tratti che rimandano ai riti precristiani: il volo notturno, la discesa dal cielo, la benedizione dei campi. Elementi che appartenevano alle antiche dee dell’inverno, tra cui Diana, che secondo le credenze italiche sorvolava la terra nelle dodici notti dopo il solstizio per proteggere la natura addormentata.
Nel territorio varesino questa continuità non è solo simbolica. Nel parco del Castello Visconti di San Vito, a Somma Lombardo, si trova ancora oggi la statua colossale di Diana eretta nel 1693 dal marchese Cesare Visconti. Lodovico Melzi la descrive nel 1880, riportando le iscrizioni latine e l’attribuzione allo scultore Bernardo Falconi, lo stesso del San Carlone di Arona.
Una presenza silenziosa che testimonia quanto profondamente la figura della dea fosse radicata nel territorio.
La figura dell’anziana richiama anche l’idea del passaggio: con il nuovo anno si lascia andare ciò che è consumato e si accoglie ciò che deve nascere. In molte regioni italiane questo principio sopravvive nell’usanza di costruire un fantoccio femminile e bruciarlo in un grande falò comunitario, un gesto collettivo che dissolve le ombre dell’inverno e rinnova simbolicamente il ciclo della natura. Un’immagine simile ricorre nella Giöbia di fine gennaio, tradizione diffusa nel Nord Italia. Anche in questo caso si richiama l’archetipo di Diana e l’idea di bruciare ciò che è vecchio, l’inverno con il suo buio e il suo freddo, per lasciare spazio al ritorno del sole.
Filastrocche e leggende dedicano grande attenzione alle calzature della Befana: le calze in cui depone i doni diventano simbolo di offerta e di ringraziamento. Se la Befana ha le calze rotte, nel cuore dell’inverno potrà usare quelle lasciate dai bambini accanto al focolare. Anche la Giöbia o Giubiana (il nome varia secondo i dialetti e le tradizioni locali) viene spesso descritta con lunghe gambe e calze colorate. Dal falò restano carbone e cenere, elementi che nelle tradizioni agrarie rappresentavano la forza purificatrice del fuoco e la promessa della rinascita. Un tempo venivano donati insieme ai dolci della festa come segno di buon auspicio. Solo più tardi, con la lettura morale del Cattolicesimo, il carbone assunse un significato negativo e divenne il dono riservato a chi non aveva tenuto una buona condotta.
L’Epifania nel Varesotto non è solo una festa: è un filo antico che unisce mito, storia e tradizione popolare, e che continua a raccontare come le comunità abbiano sempre cercato, nel cuore dell’inverno, un gesto femminile che protegge, riconosce e prepara la rinascita.
FONTI: Una parola al giorno, voce Epifania
Lodovico Melzi, Somma Lombardo: storia, descrizione e illustrazioni, 1880
Nemora, “ La Befana e Diana: origini pagane dell’Epifania”