di Davide Sottocasa
Nelle colline prealpine del Varesotto, tra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, gli ulivi erano una rarità. Al loro posto, ovunque, si ergevano i noci. Alberi maestosi, solitari o in piccoli gruppi, che ogni autunno riempivano di frutti i prati e i sentieri. Le famiglie raccoglievano le noci, le lasciavano asciugare, le rompevano a mano e ne estraevano i gherigli. Poi, con i sacchi sulle spalle, scendevano al mulino.
A Gornate Superiore, presso Castiglione Olona, c’era il Mulino del Celeste. Già prima del 1772 disponeva di torchi d’olio e di una macina da grano. Nel 1772 era proprietà Marliani, nel 1857 Guidali, e nel 1881 risultava registrato proprio come Mulino del Celeste. Là i gherigli venivano schiacciati lentamente. Dall’ampolla usciva un olio dorato, denso, dal profumo intenso di noce tostata. Un po’ più a nord, a Vedano Olona, il Mulino alle Fontanelle, documentato prima del 1772, aveva anch’esso la sua macina da grano e un torchio. Funzionò fino al 1920.
Quell’olio era il grasso vegetale di casa. Si usava a crudo sulle insalate di erbe di campo, per condire la polenta, per friggere le patate e, quando i tempi erano magri, anche per ungere il pane. La seconda spremitura, più grezza, finiva nelle lucerne: illuminava le sere lunghe d’inverno. Il residuo, il “pannello” di noci, andava alle mucche e, nei momenti più duri, anche in tavola.
Non era un prodotto di lusso. Era la risposta pratica di una terra che non aveva olivi, ma aveva noci in abbondanza. Con l’arrivo dell’olio d’oliva a basso costo e con l’industrializzazione, i torchi si fermarono uno dopo l’altro. Il Mulino del Celeste fu trasformato in abitazioni dopo il 1930. Il Mulino alle Fontanelle chiuse nel 1920. E con loro sparì, quasi senza lasciare traccia, una tradizione secolare.
Oggi di quell’olio resta solo il ricordo impresso nelle carte dei mulini e nella memoria di chi ancora racconta di quando, d’autunno, si scendeva al torchio con i sacchi di gherigli.


Fonti
Schede di archeologia industriale della Fondazione Luigi Micheletti (schede n. 371 e n. 431) e censimento regionale “I monumenti storico-industriali della Lombardia”, a cura di A. Garlandini e M. Negri, Regione Lombardia, 1984.
Nella foto antica il Noce di Brinzio. Nell’inverno del 1887, venne abbattuto, simbolo del paese; ultracentenario, era alto 36 metri, aveva una circonferenza di metri 8.20, una fronda di 185 metri e produceva annualmente 60 ettolitri di olio…