Luigi Sacco: quando a Varese si fece la storia della medicina

di Fausto Bonoldi

Il 26 dicembre 1836 si spegneva a Milano Luigi Sacco, uno dei più grandi medici italiani tra Sette e Ottocento e senza dubbio uno dei varesini più illustri di sempre.

Nato a Varese il 9 marzo 1769, in via Sacco — una coincidenza che sembra già presagire il legame profondo con la sua città — Sacco avrebbe lasciato un’impronta indelebile nella storia della medicina europea come pioniere della vaccinazione antivaiolosa.

Figlio di Carlo Giuseppe Sacco e di Maddalena Guaita, si formò all’Università di Pavia, dove nel 1792 conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia. Fu allievo di giganti della scienza come Lazzaro Spallanzani, Antonio Scarpa e Pietro Frank, in un ambiente accademico tra i più avanzati dell’epoca. Iniziň la sua carriera a Milano, ma fu lo studio delle devastanti epidemie di vaiolo — una delle principali cause di morte del tempo — a orientare definitivamente la sua vocazione.

Nel 1798, sulla scia delle ricerche di Edward Jenner, Sacco si dedicò allo studio della vaccinazione antivaiolosa. Fu però a Varese che avvenne il passaggio decisivo: qui il giovane medico sperimentò per la prima volta in Italia l’inoculazione del vaiolo vaccino su esseri umani. Per convincere cinque bambini a sottoporsi alla prova, Sacco non esitò a dare l’esempio, auto-vaccinandosi. L’esperimento ebbe pieno successo.

Tra il settembre 1800 e l’aprile 1801, Sacco effettuò oltre trecento innesti vaccinali a Varese, giungendo a una scoperta fondamentale: il vaiolo non era contagioso per contatto, ma si trasmetteva esclusivamente tramite inoculazione. Da qui prese avvio quella che può essere definita una vera “marcia trionfale” nella lotta contro una delle malattie più temute della storia.

Nominato direttore della vaccinazione dal governo della Repubblica Cisalpina, Sacco operò in numerose città dell’Italia settentrionale — Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna — riuscendo a contenere gravi epidemie. I risultati ottenuti gli valsero medaglie d’oro e riconoscimenti ufficiali, tra cui quelli delle città di Bologna e Brescia. La sua nomina a primario e direttore generale dell’Ospedale Maggiore di Milano fu il naturale approdo di una carriera straordinaria.

Nel 1809 pubblicò il Trattato di vaccinazione, tradotto e adottato in numerosi Paesi, confermando la sua fama internazionale. Ma Sacco non fu solo medico e igienista: coltivò interessi per l’economia, l’industria e l’agricoltura, dedicandosi negli ultimi anni della vita al giardinaggio, in particolare a una celebre collezione di migliaia di camelie.

Morì improvvisamente per un attacco cardiaco il 26 dicembre 1836, a 67 anni, nella sua abitazione milanese di corso Monforte. Fu sepolto nel cimitero di San Gregorio, fuori Porta Venezia, poi chiuso nel 1883; la sua tomba è andata dispersa. Un’ulteriore beffa della storia, se si considera che nella stessa casa di via Sacco in cui nacque, nel 1873 venne alla luce un altro grande medico varesino, Eugenio Medea.

L’edificio, nonostante il suo valore simbolico e storico, fu demolito negli anni Sessanta per far posto alla sede della Banca d’Italia, oggi non più utilizzata. Resta però il nome di Luigi Sacco: inciso nelle strade di Varese, in uno dei più importanti ospedali di Milano e, soprattutto, nella memoria della medicina moderna.