Il 10 giugno 1940 Benito Mussolini, con il celebre discorso pronunciato dal balcone di Piazza Venezia a Roma, annunciò l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. La dichiarazione venne diffusa in tutte le piazze italiane e anche a Varese migliaia di persone si radunarono per ascoltare le parole del Duce.
Anche Piazza Monte Grappa era gremita di persone. La folla ascoltò il discorso tra applausi, slogan e manifestazioni di entusiasmo, senza poter immaginare quanto profondamente la guerra avrebbe cambiato la vita della città. Varese rappresentava un punto strategico importante per la presenza di industrie impegnate nella produzione bellica, prima fra tutte la Aeronautica Macchi. Per questo motivo la città venne rapidamente organizzata in funzione della guerra: furono allestiti due ospedali militari, uno al Grande Albergo Palace con reparto chirurgico e uno presso il Collegio Macchi, mentre vennero predisposte postazioni contraeree e sistemi di difesa.
Nei primi tre anni il conflitto sembrò sfiorare soltanto la città. Varese divenne però uno dei principali luoghi di passaggio verso la Svizzera: migliaia di soldati italiani in fuga dopo l’armistizio e numerosi ebrei milanesi trovarono qui una possibile via di salvezza. Dopo la nascita della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione tedesca, anche Varese visse un periodo di grande tensione. I poteri passarono progressivamente nelle mani dei militari e sul territorio si moltiplicarono le attività partigiane, tra sabotaggi, scontri e azioni clandestine.
La guerra ormai era entrata nelle case: sirene d’allarme, paura e boati di esplosioni accompagnavano la vita quotidiana. Il momento più drammatico arrivò nel 1944. La Aeronautica Macchi continuava infatti a produrre aerei militari per i tedeschi e per questo Varese divenne un obiettivo degli Alleati. Nella notte tra il 30 e il 31 marzo e poi il 1° aprile 1944 la città venne colpita da un primo bombardamento preceduto dal lancio di spezzoni incendiari. Le bombe caddero nel raggio di circa cinquecento metri attorno agli stabilimenti Macchi. Violenti incendi devastarono le vie Staurenghi, Cairoli, Indipendenza, Morandi, Robbioni, Donizetti e Piazza Beccaria. Un centinaio di famiglie dovette abbandonare la propria abitazione. I danni più gravi si registrarono a Masnago, dove le bombe dirompenti provocarono distruzioni diffuse.
Morirono 17 persone e 23 rimasero ferite. Tra le vittime vi furono anche donne che si trovavano al lavatoio. La chiesa di Masnago subì pesanti lesioni. Ancora più tragico fu il secondo bombardamento del 30 aprile 1944. Le vittime furono 68 e oltre cento i feriti, molti dei quali ricoverati o appartenenti al personale dell’ospedale al Colle Campigli. Il Palace Hotel venne risparmiato, ma andò distrutto il Kursaal, straordinario capolavoro del Liberty varesino dotato di un elegante teatro. A Casbeno venne rasa al suolo anche la storica Cascina Rampada. Nel frattempo il regime fascista stava crollando. Dopo il 25 luglio 1943, giorno dell’annuncio delle dimissioni di Mussolini e del suo arresto, il governo passò al maresciallo Pietro Badoglio, ma la guerra continuò ancora a lungo, lasciando ferite profonde anche nel territorio varesino.
Queste memorie del professor Luigi Ambrosoli rappresentano ancora oggi una testimonianza fondamentale per comprendere come il secondo conflitto mondiale abbia segnato la città di Varese, trasformando per sempre il volto e la vita della comunità.
